sabato 17 agosto 2024

I PADRONI DEL MONDO

In questi tempi di crisi sempre più spesso sentiamo parlare di aziende che falliscono, imprese sul lastrico, miliardi “bruciati” in borsa, debiti inestinguibili. 
Dal punto di vista della gente comune comprendere i meccanismi di tutto ciò è complicato, non si intravede una via d’uscita. Ci sentiamo come nelle sabbie mobili, ogni sforzo ci spinge sempre più verso il fondo.  Sfiduciati e preoccupati ci interroghiamo continuamente su come salvarci ed i politici propongono ogni giorno mille soluzioni per placare la nostra sete di speranza; furbi, i politici, sanno bene che nella condizione di stordimento attuale viene meno ogni lucidità d’analisi e, a cospetto dei molti che cercano una via di fuga, sono pochi coloro che si pongono la fondamentale domanda: “come siamo giunti a questo punto?” 
Questione affatto oziosa e superflua. La risposta a questo interrogativo non è funzionale soltanto alla soddisfazione di una morbosa curiosità, ma ci permette di affrontare davvero il problema: comprendere come è nata questa crisi ci consentirà di non caderne in una nuova; trovare i responsabili ci libererà dal peso opprimente di un destino cieco e ineludibile; individuare chi ci sta guadagnando è il passo fondamentale per avviare qualsiasi opera di ridistribuzione e risanamento.

Da qualsiasi punto di vista vogliamo analizzare il problema ci troviamo dinnanzi un dato certo e indiscutibile: il sistema è crollato per un eccesso di fiducia accordato all'iniziativa privata, ma, nonostante ciò, tutte le cure attualmente in atto sono basate su ulteriori privatizzazioni; mentre, per quanto concerne il bene pubblico, si parla soltanto di vendite o tagli. Eppure non penso che noi cittadini siamo stati abituati così bene negli ultimi decenni. Non credo che possiamo dirci pienamente soddisfatti della sanità, dell’istruzione, dei trasporti, della sicurezza, ma comunque ci viene costantemente ripetuto il ritornello secondo il quale avremmo vissuto "al di sopra delle nostre possibilità". Partendo da questa considerazione la soluzione proposta è sempre la stessa: vendere ai privati, dare in gestione ai privati, assorbire i metodi delle aziende private, far entrare i privati nel pubblico.
Ma chi sono questi privati? Chi beneficia di tutto ciò? Secondo la versione ufficiale siamo noi. Ognuno di noi può - attraverso una istruzione adeguata e i capitali giusti - costruire la propria fortuna e ritagliarsi il proprio spazio nel mercato globale.

Certo, se consideriamo che l’istruzione si sta spostando sempre di più nei mani dei privati e che i capitali sono a disposizione soltanto di pochi e concessi a discrezione di altri privati ( le banche), allora incominciamo a renderci conto che il vero liberismo non esiste. Già è difficile stare dietro ai conflitti di interesse più nascosti (come ad esempio quelli riguardanti istituti di credito o personalità della finanza che siedono in consigli di amministrazione teoricamente concorrenti), figuriamoci cosa può accadere se lo stato, teorico controllore, viene meno a questo suo ruolo perché succube o complice di tali interessi.
Secondo i cosiddetti “complottisti” alcune organizzazioni internazionali fingono di voler agevolare la libera iniziativa privata in contesto globale, mentre in realtà mirano a concentrare il potere nelle mani di una élite avida e quasi invisibile. Dopo una breve discrezioni di questi gruppi proporremo le nostre conclusioni.


SIMBOLO DEL BILDERBERG
SIMBOLO DEL BILDERBERG
Il GruppoBilderberg è stato fondato nel 1954 e prende il nome da un hotel di Oosterbeck, paesino olandese sede del terzo incontro. Il gruppo fu istituito per agevolare i rapporti economici tra Europa e Stati Uniti, mentre nel contempo si sviluppava l’integrazione anche a livello militare e culturale attraverso altre organizzazioni. Tra i promotori ricordiamo il politico polacco Retinger, il principe belga Bernhard de Lippe e Walter Smith (allora capo della CIA). 
Alle riunioni partecipano da sempre politici liberali e conservatori (ma non sono mancati leader di sinistra), economisti, industriali, proprietari di mezzi di comunicazione; tra le personalità più note ricordiamo Clinton, Powell, Kissinger, David Rockefeller, Blair, Thatcher, la regina Beatrice d’Olanda, re Juan Carlos, Monti, Giovanni Agnelli, Umberto Agnelli, Murdoche tanti altri. Le riunioni sono protette da un severissimo sistema di sicurezza e gli invitati sono mantenuti segreti fino all’ultimo, così come il luogo in cui si terrà l’incontro; c’è da notare, inoltre, che le forze di sicurezza pubbliche dei paesi in cui si svolgono i meeting sono piuttosto sollecite nel reprimere ogni tentativo di indagine da parte di media indipendenti. Non vengono diffusi i verbali delle riunioni e non si sa che tipo di accordi vengano presi, è difficile anche comprendere quanto siano considerate vincolanti le decisioni stabilite all’interno del gruppo. 
Al di là di ogni ipotesi o teoria c’è da dire che incontri tra personalità così potenti lasciano quantomeno sospetti, se non altro per la presenza contemporanea di politici e impresari privati: spesso personalità della finanza sono entrate poi nel mondo delle istituzioni pubbliche, così come numerosi politici (soprattutto a fine carriera) entrano in gruppi privati spesso con generici incarichi di consulenza. Alcuni partecipanti hanno “tranquillizzato” la società, dichiarando che non ci sono intenti cospiratori nel gruppo, al suo interno non si farebbe altro che discutere in maniera informale su varie questioni senza dover subire le pressioni dell’opinione pubblica. Ma il dubbio ci resta...

La CommissioneTrilaterale è un think tank fondato nel 1973 dal presidente della Chase Manhattan Bank, David Rokefeller, insieme al politico Kissinger e al professore Brezinski. Il nome deriva dalla presenza nell'organizzazione di personalità provenienti da Europa, Nord America e Asia.  Dalla homepage del sito ecco la professione d’intenti della Commissione:
SIMBOLO DELLA COMMISSIONE TRILATERALE
SIMBOLO DELLA COMMISSIONE TRILATERALE
 La Commissione Trilaterale è un’associazione privata, fondata nel 1973 da un gruppo di cittadini Nord Americani, Europei e Giapponesi con la finalità di offrire ai soci un forum permanente di dibattito per approfondire i grandi temi comuni alle tre aree interessate, diffondere l’abitudine a lavorare insieme per migliorarne la comprensione e fornire contributi intellettuali utili alla soluzione dei problemi affrontati. Per raggiungere questi obiettivi, la Commissione Trilaterale ha seguito fin dall’inizio tre principi di fondo: lavorare su un piano di parità, riconoscere l’importanza degli organismi multilaterali ed evitare azioni unilaterali.

Pare caratterizzarsi, dunque, come una estensione territoriale del Bilberberg ed in effetti i fondatori sono tutti dirigenti del medesimo Gruppo B. La Commissione, tuttavia, a differenza del G.B., si caratterizza per una maggiore esposizione: l’elenco dei membri è reso noto annualmente e coloro che raggiungono cariche pubbliche abbandonano il gruppo. Oltre a temi economici la Commissione ha obiettivi anche politici e sociali:
Fra i temi oggetto di studio, tutti in anticipo sulla loro realizzazione, possiamo ricordare: l’istituzionalizzazione dei Summit fra i paesi più industrializzati, la crescita del Giappone come potenza di responsabilità globale, il concetto di indivisibilità della sicurezza, la diffusione nel mondo della democrazia come forma di governo (vedi in America Latina negli anni ’70-80 e, dal 1989, nei paesi ex-comunisti), lo sviluppo della tecnologia info-telematica (ITC), l’amplificarsi del fenomeno della globalizzazione e la crescita delle economie asiatiche.
Secondo le già citate teorie cospirative la Trilaterale sarebbe un vero e proprio governo mondiale in cui vengono prese decisioni che influenzano il mondo sotto tutti i punti di vista. Di certo è innegabile che la presenza di membri del Bildenberg e dei gruppi che tratteremo a breve rende la società quanto meno sospetta. L’autoesclusione di coloro che raggiungono cariche pubbliche, ad esempio, non offre alcuna certezza sull’indipendenza del loro operato; la partecipazione, inoltre, avviene soltanto su inviti, quindi il mancato ingresso di una personalità può probabilmente influire sulla sua futura carriera, viceversa la sua accettazione può essere finalizzata all’integrazione e, quindi, ad una sorta di controllo.
p.s. lo stesso simbolo della Trilaterale è stato visto da molti teorici del complotto come un richiamo al numero 6 ripetuto tre volte, o alla spirale mistica. 

Il Councilon Foreign Relations è una associazione privata fondata nel 1921, composta da dirigenti d’azienda, finanzieri,  professori, giornalisti, leader religiosi e politici (tutti i membri sono convocati su invito e appartengono esclusivamente agli Usa). Il gruppo è stato ideato  durante i difficili negoziati successivi alla Prima guerra mondiale; si ritenne opportuno, infatti, mantenere alto il livello di preparazione dei diplomatici americani e sviluppare le relazioni internazionali con il resto del mondo. Secondo il suo sito il Cfr ha diversi obiettivi: sviluppare le competenze delle prossime generazioni nel campo delle relazioni internazionali; dibattere sui principali avvenimenti di valenza mondiale; approfondire la ricerca indipendente sui principali temi di politica estera. Il Cfr è stato fondato dal colonnello House(consigliere del presidente Wilson), dal premio Nobel per la pace E. Root e altre personalità americane (difficili da rintracciare nel suddetto sito). Attualmente l’associazione è guidata da David Rockefeller e Peter Peterson (ex membro del governo Nixon) mentre gli altri componenti si dividono tra personalità americane e aziende private che sottoscrivono dei finanziamenti al Cfr ricevendo in cambio la possibilità di usufruire dei numerosi contatti del Consiglio. Tra le aziende ricordiamo l’American Express, la BoeingCoca ColaFord,Goldman SachsIBMJP Morgan ChaseNike ecc. ecc., ma in linea di massima ci sono rappresentanti di tutto il mondo della finanza, dell’industria, dell’economia. I teorici della cospirazione sono divisi sul ruolo del Cfr: alcuni sostengono che esso sia il Ministero della Guerra dell’ipotetico governo mondiale segreto; altri si concentrano sulle personalità appartenenti al mondo dei media e considerano il Consiglio uno strumento di disinformazione di massa; altri ancora sono dell’idea che il Cfr si sia indebolito durante la guerra del Vietnam in seguito alle polemiche sorte dopo la scelta di affidare il timone dell’associazione a W. Bundy, sostenitore e promotore del conflitto, considerato perciò poco adatto a guidare un Consiglio teoricamente non schierato. La Trilaterale sarebbe nata proprio da questa crisi, come tentativo di allontanare pressioni e critiche dal Cfr. Dal nostro punto di vista, consideriamo quantomeno curioso che aziende commerciali finanzino una associazione che si occupa di politica estera. Sorprende, inoltre, scoprire che esponenti del partito Democratico Repubblicano facciano parte di uno stesso gruppo: se hanno le stesse idee, infatti, tanto vale che costituiscano un solo partito, mentre se le loro visioni della politica estera sono differenti devono confrontarsi nelle istituzioni pubbliche, di certo non in seno ad una organizzazione dipendente da finanziamenti privati. Fa sorridere, ancora, leggere tra le Faq del loro sito la domanda “Il Cfr fa parte del governo degli Stati Uniti, delle Nazioni Unite o di organizzazioni come la Commissione Trilaterale?”. Mi fa sorridere perché non c’è dubbio che ne sia estraneo da un punto di vista formale, tuttavia non si può ignorare che de facto alti rappresentanti di queste istituzioni (due della quali pubbliche) si formino e appartengano alla loro società. In particolare è curioso che sia esclusa una parentela proprio con la Commissione Trilaterale, dato che molti dei membri del Cfr appartengono al “lato” Nord-americano della Commissione, senza contare che David Rokefeller occupa i gradi più alti in entrambi i gruppi. Secondo alcune fonti, inoltre, molte aziende ufficialmente iscritte del Cfr finanziano anche la Trilaterale.

SIMBOLO R.I.I.A.
SIMBOLO R.I.I.A.
Complementare al Council of Foreign Affairs è il Royal Institute of International Affairsorganizzazione no profit con sede a Londra fondata nel 1920 in parallelo con il Cfr. L’Istituto studia i principali problemi internazionali con il fine di evitare future guerre, ma si occupa anche di energia e ambiente, economia internazionale, studi regionali e sulla sicurezza, diritto internazionale. Anche se il RIIA è una associazione non segreta e spesso viene utilizzata come fonte da parte di importanti giornali e televisioni, c’è da notare che molti incontri avvengono in via riservata e seguendo la “regola di Chatham House” secondo la quale i partecipanti ad un dibattito o ad una conferenza possono divulgarne i risultati al mondo esterno, ma senza rendere noto il nome dell’oratore o degli altri partecipanti. Il RIIA conta tra le sue fila numerosi politici inglesi presenti e passati (e di certo anche futuri) agendo così in perfetto parallelismo con i “fratelli” del Cfr. I membri del Council sono numerosi e vari: banche, quotidiani, televisioni, società energetiche, compagnie telefonicheassicurazioni, industrie del tabacco, agenzie governative, ministeri della Difesa e così via. I complottisti muovono al RIIA le stesse accuse rivolte al Cfr, ma la famiglia cardine della società inglese è individuata in quella degli Astor, anche se ritornano pure qui i nomi Rokefeller Rothshild. Anche in questo caso c’è qualcosa di strano: aziende petrolifere e nucleari che si occupano di ambiente; le solite banche e società private mescolate con rappresentati del potere politico; interessi internazionali dipendenti da scopi privati. Tornando alla “regola di Chatham House”, sorprende che nelle Faq si specifichi che tale segretezza è utilizzata anche dai membri dei “governi locali”; non siamo così ingenui da pensare che non ci siano segreti a livello governativo, ma comprenderemmo se tale riserbo fosse usato all’interno degli apparati di sicurezza e non per coprire incontri con politici di altri paesi o aziende private. È come se ci si volesse nascondere soltanto dal giudizio dei cittadini. Sempre nel sito del RIIA c’è scritto “La famosa regola Chatham House può essere invocata in incontri per favorire la trasparenza e la condivisione delle informazioni.”  Non sappiamo che idea abbiano loro della “trasparenza”, ma nel vocabolario comune non è un sinonimo di “segretezza”.


Data per certa la potenza di questi quattro associazioni sono possibili diverse letture:

PIRAMIDE ILLUMINATI
PIRAMIDE ILLUMINATI
  1)      La teoria del NWO (new world order), secondo la quale esiste una élite che mira a dominare il mondo attraverso un governo centralizzato. All’interno di questa teoria si trovano differenti correnti e punti di vista, tuttavia quasi tutti concordano su alcuni punti: all’origine della cospirazione c’è l’ordine degli Illuminati, sorto in Baviera nel 1776 e ufficialmente disciolto nel 1785, ma, secondo i teorici del NWO, avrebbe continuato ad esistere in incognito infiltrandosi nella massoneria o in strutture para-massoniche. I suoi membri avrebbero contribuito alla Rivoluzione francese, alla Rivoluzione americana, alla nascita del Comunismo, allo scoppio delle due Guerre mondiali, alla fondazione dello stato di Israele (le famiglie degli Illuminati sarebbero spesso riconducibili all'etnia ebraica), all’11/09 e a tanto altro. Attraverso queste “operazioni” gli Illuminati avrebbero creato divisioni nel mondo ed accresciuto il loro capitale soprattutto grazie ad attività bancarie lecite e soprattutto illecite (teoria del Signoraggio). Gli Illuminati prenderebbero le loro decisioni all’interno dei quattro istituti descritti in precedenza, dirigendo ogni scelta economica e politica (ma anche condizionando le nostre scelte di vita grazie al controllo della stampa, della tv e del cinema) . Una Terza guerra mondiale dovrebbe gettare il mondo nel caos più assoluto ed allora gli organismi internazionali, guidati dalle famiglie Illuminate, imporrebbero un unico governo mondiale come soluzione per riportare la pace nel mondo, ma in realtà il loro obiettivo sarebbe quello di controllare l’intero globo anche attraverso strumenti tecnologici avanzatissimi, come ad esempio microchip sottocutanei.
2)      C’è chi non ha nessuna teoria. La stragrande maggioranza delle persone è convinta che il mondo muti grazie alla rivoluzioni, alle elezioni, alle guerre e che tutti questi eventi abbiano cause precise e chiaramente determinabili. Secondo costoro la crisi è stata certamente favorita da alcuni speculatori, tuttavia era difficilmente evitabile e quindi la accettano quasi con fiducia provvidenzialistica, convinti che prima o poi la ruota girerà di nuovo a favore. Nessuna trama segreta, nessuna associazione nascosta.

Di solito ci si salva dicendo “la verità sta nel mezzo”, ma non penso che ciò sia corretto nella stragrande maggioranza dei casi, figuriamoci in questioni così importanti. La verità non è una equazione matematica, non la si può calcolare, ma bisogna tirarla fuori con fatica e tenendo ben presente che spesso si dovrà aggiornare la propria posizione. 

Come abbiamo scritto all’inizio è impossibile negare la matrice ultraliberistica di questa crisi; è inoltre assurdo nascondere il vantaggio che i privati stanno accumulando da questa situazione; è doveroso precisare che con “privati” non intendiamo la moltitudine di coloro che lavoro al di fuori dello stato, bensì un gruppo sostanzialmente ristretto di persone.
Fate voi stessi un esperimento: andate sul sito di una qualsiasi grande società, magari una italiana, controllate chi sono gli azionisti o i proprietari; nel 99% dei casi la società avrà dirigenti e proprietari del paese dove risiede, magari anche noti, lasciati lì apposta per dare l’apparenza della normalità, per non far comprendere alle popolazioni locali i cambiamenti in corso; la restante quota societaria la troverete divisa tra banche, agenzie di private equity, società di investimenti ecc ecc. Qui dovete proseguire la vostra indagine: controllate chi è a capo di queste società; vi troverete dinnanzi nomi per lo più sconosciuti, allora cercate sui vari siti che contengono gli elenchi dei membri dei quattro gruppi descritti sopra; sono tutti lì, fanno praticamente tutti parte del Gruppo Bildenberg, della Trilaterale, del Cfr o del Riia. Non è così? Allora scavate nella loro famiglia. Ne faranno parte mogli, o padri, figli, cugini e simili. Ancora nulla? Bene, controllate questi soggetti in cosa investono: scoprirete che sono associati alle solite banche finanziatrici dei “quattro gruppi” oppure hanno una quota nelle altre aziende iscritte alla Trilaterale, Cfr o al Riia. È tutto loro, infatti i proprietari “di facciata” di queste aziende non potrebbero mai sopravvivere senza i loro finanziamenti, chiuderebbero in pochi mesi schiacciati da un mercato affatto libero. 

 Ma quanti sono questi “padroni del mondo”? La Commissione Trilaterale comprende circa 400 membri; il Cfr circa 450; il Riia poco più di 3000; il Gruppo Bildenberg convoca circa 130 persone ad ogni incontro. Teniamo in considerazione che spesso un singolo individuo è membro di più associazioni affiliate a questi gruppi, inoltre le società (anche concorrenti) che finanziano questi quattro istituti sovente annoverano tra i loro azionisti le medesime persone. A loro volta le banche controllano più società e sono controllate a loro volta dagli stessi azionisti delle società che controllano. Insomma, una matassa quasi impossibile da dipanare.
La nostra conclusione, dunque, è questa: un numero tutto sommato ristretto di persone controlla il sistema finanziario-economico globale; queste ricchissime famiglie dirigono le più importanti associazioni private mondiali non-governative; all’interno di queste associazioni entrano in contatto con il mondo politico nella sua completezza (destra, sinistra, centro); i politici stringono rapporti di “amicizia” con questi potenti, ci discutono assieme e per lo più in segreto, poi tornano nei loro paesi e li guidano con alle spalle questo “bagaglio” di contatti. In questi ultimi decenni gli stati stanno perdendo il controllo nella gestione della cosa pubblica: il sistema sanitario, l’istruzione, la sicurezza, l’energia, tutti i comparti più delicati si stanno spostando verso un privatizzazione giustificata con la necessità dell’efficienza e della meritocrazia. Contemporaneamente, infatti, giornali asserviti esaltano il liberalismo, teorici del successo propagandano modelli di vita aggressivi e spregiudicati, mistici del risultato glorificano il profitto come un segno divino più di qualsiasi dottrina calvinista. Nello stesso tempo si fa di tutto per distruggere l’idea dello stato, si irridono i dipendenti pubblici, si svilisce il ruolo di chi non comanda a sua volta altre persone.

Stiamo andando incontro ad un Nuovo Ordine Mondiale? A nostro parere ci siamo già dentro. Non abbiamo le informazioni necessarie per poter confermare o confutare le teorie del punto (1) espresse sopra, tuttavia è innegabile che al giorno d’oggi gli stati hanno perso indipendenza e sovranità: schiacciati dai debiti pubblici (nei confronti di privati) sono costretti ad organizzare la propria agenda politica con “suggerimenti” di banche e società di rating; il mercato decide chi deve governare e persino la data delle elezioni; società energetiche sovranazionali stabiliscono come deve essere prodotta l’energia; istituzioni come quelle sopra descritte stabiliscono quali stati sono “buoni” e quali “cattivi”, decidono chi si deve punire con l’isolamento mentre i loro membri accumulano denaro con le guerre “giuste”. Le persone ancora convinte che il mercato si regoli autonomamente sono illuse o complici, così come lo sono quelle che incoraggiano la ricerca esasperata del benessere privato senza tener conto di quello pubblico. Coloro che si illudono dovrebbero controllare la carriera dei governanti degli ultimi anni. Ex advisor di banche, rampolli di stirpi ricche e potenti, teorici della globalizzazione, personalità predestinate a ruoli importanti per amicizie o per tradizione familiare.

Un tempo i governanti erano lodati per l’educazione umanistica, lo spirito cavalleresco, si circondavano di maestri delle arti liberali. Oggi si richiede dimestichezza col mercato, esperienza economica, conoscenza della finanza. Oggi i conti vengono prima delle persone. In bilico tra burocrati ed affaristi, che speranza abbiamo se, come direbbe Leopardi

"più de’ carmi, il computar s’ascolta"  (?)

domenica 11 agosto 2024

10 BUFALE LETTERARIE ALLE QUALI HAI SEMPRE CREDUTO

Frasi celebri mai pronunciate, icone religiose mai nominate, errori di attribuzione, invenzioni o approssimazioni, fantasie sessuali, origini dimenticate e falsi; in una parola: bufale letterarie.

Alcune sono nate dall'ignoranza del lettori e dal semplice accontentarsi di una conoscenza approssimativa; altre continuano a sopravvivere grazie alla moderna consuetudine di fingersi esperti di tutto, senza che in realtà si conosca bene davvero nulla.

Diamo uno sguardo a 10 bufale letterarie!


1) "ELEMENTARE, WATSON"



Le celeberrima frase di Sherlock Holmes è in realtà un falso letterario. Nell'idea comune il noto investigatore ripeterebbe questa sentenza fino allo sfinimento, ma in verità l'esatta espressione "Elementare, Watson" è totalmente assente dalla bibliografia del detective. In alcune traduzioni italiane, all'inizio del sesto capitolo de Il segno dei quattro (1890), l'espressione è stata utilizzata in modo arbitrario, dato che nell'originale è presente soltanto "Certamente, Watson". Nella stessa opera Conan Doyle fa pronunciare al suo indagatore la frase "E' elementare", già usata in Uno studio in rosso e ripresa successivamente nel racconto L'uomo deforme. Il tormentone ebbe inizio con uno dei primi adattamenti teatrali, realizzato da William Gillette in collaborazione con Sir Arthur, e si consolidò nel passaggio dalla scena al grande schermo.





2) IL FRUTTO PROIBITO DELLA BIBBIA

 Secondo una diffusissima opinione il "frutto proibito" presente nella Genesi sarebbe una rossa e succosa mela; niente di più errato. Nella Bibbia viene citato un generico "albero della conoscenza del bene e del male". L'identificazione del frutto con la mela è attribuibile ad un errore di traduzione risalente al Medioevo; il termine latino "malum" indicava sia la "mela" che il "male", ed ecco spiegata l'errata credenza diffusa soprattutto in Europa. Una carta influenza l'avrà avuta anche il precedente mito della "mela della discordia", pomo dato in premio da Paride ad Afrodite in cambio dell'amore di Elena; anche in questo caso abbiamo un legame tra umano e divino, senza dimenticare il ruolo nefasto di Elena, figura tentatrice al pari di Eva. L'idea della mela vista come "frutto del male" sarà ripreso anche dall'arte e dalla letteratura, come ad esempio nella favola dei fratelli Grimm Biancaneve e i sette nani.

Il frutto è stato anche identificato con il fico, l'uva ed il cedro.





3) LA POESIA LENTAMENTE MUORE

La poesia Lentamente muore viene spesso attribuita al grande poeta Pablo Neruda, premio Nobel nel 1971; in realtà è stata scritta dalla poetessa brasiliana Martha Medeiros nel 2000 e pubblicata sul quotidiano di Porto Alegre Zero Hora. Su internet l'errore è ampiamente diffuso, ma personalmente ho visto il testo della lirica affisso sulla bacheca di una facoltà universitaria di Lingue e Letterature straniere, anche qui attribuita a Neruda. Il 24 gennaio 2008 il senatore Mastella lesse la poesia durante il teso dibattito precedente al voto di fiducia sul governo Prodi II; anche in questo caso la poesia fu attribuita all'autore cileno.





4) LA TRISTEZZA DI LEOPARDI

Il pessimismo leopardiano è cosa nota, non solo agli studenti, ed il povero Giacomo è diventato ormai quasi un emblema dell'uomo triste. Certo, la sfiducia nella natura e nell'uomo, l'idea presente nello Zibaldone secondo la quale "tutto è male" ed il rifiuto di aderire a qualsiasi ideologia consolatoria confermano questa immagine desolata del poeta recanatese. Tuttavia, c'è anche un Leopardi umorista, satirico ed ironico, messo in secondo piano, se non proprio sconosciuto. Ci riferiamo alle Operette Morali, ad esempio, nelle quali vi è una certa amara ironia tesa a smascherare le ipocrisie dell'uomo moderno; alla Palinodia. Al marchese Gino Capponi, presa in giro della fiducia positivista ottocentesca, aspra satira anti-progressista, portata avanti attraverso una mirabile tecnica antifrastica; la stessa verve è riservata anche agli spiritualisti, denigrati nella satira I nuovi credenti. I Paralipomeni della Batracomiomachia vedono come protagonisti topi, rane e granchi, metafore deformi degli ingenui liberali, dei goffi borbonici e degli austriaci reazionari; le forze progressiste e conservatrici sono condannate entrambe, ridicolizzate per le proprie ideologie e per la vana battaglia politica, dato che alla fine il potere resta in mano sempre agli stessi.

Ricordiamo, infine, che ne I pensieri Leopardi scrisse "Grande tra gli uomini e di gran terrore è la potenza del riso: contro il quale nessuno nella sua coscienza trova se munito da ogni parte. Chi ha coraggio di ridere, è padrone del mondo, poco altrimenti di chi è preparato a morire". 



5) LA FOLLIA DI LUCREZIO

Trattasi di bufala d'annata. Secondo una tradizione iniziata da San Girolamo, Lucrezio sarebbe impazzito dopo aver bevuto un filtro d'amore e solo nei momenti di lucidità avrebbe scritto i suoi libri, per poi suicidarsi poco più che quarantenne. La maggior parte dei critici considera totalmente priva di valore questa tradizione, mentre altri, ancora oggi, sostengono che l'autore del De Rerum Natura soffrisse del cosiddetto disturbo bipolare, sebbene le prove a sostegno di tale teoria siano praticamente inesistenti.

Girolamo, probabilmente, ha tentato di consegnare alla storia un'idea distorta di Lucrezio, pensando si screditare in questo modo l'ateismo e l'epicureismo presenti nella sua opera; lo stesso valga per l'ipotesi del suicidio. I critici sopracitati, invece, si servono del presunto disturbo da cui sarebbe stato affetto Lucrezio per giustificare la differenza di vedute con Epicuro, dato che il primo sembra essere privo di ottimismo e più incline alla drammaticità, come testimonia il tragico finale del De rerum natura, sebbene l'opera venga diffusamente considerata incompiuta.



6) LA COSTOLA DI D'ANNUNZIO

La leggenda è nota (ed apprezzata) soprattutto in ambito scolastico: D'Annunzio si sarebbe fatto asportare due costole (o una, a seconda delle versione) per poter poi essere in grado di praticare dell'autoerotismo orale. L'origine della bufala è da ricercare nella vita gaudente e spensierata del poeta, famoso per le numerose e spericolate storie d'amore,spesso non limitate ad un'unica donna per volta. La storia della costola, tuttavia, non ha alcuna fonte, magari è stata fatta un po' di confusione, forse voluta,  con un incidente che costò diversi danni ossei al poeta. Si consideri anche la difficoltà e la pericolosità dell'intervento per la chirurgia dell'epoca; sarebbe stato assurdo sottoporvisi per un vizio.

Su D'Annunzio le dicerie sono tantissime, alcune riguardano la corpofagia, altre il sesso con animali, insomma, un miscela piuttosto contorta. Ripetiamo, sulla storia della costola non vi è alcuna fonte scritta, ma soltanto dicerie trasmesse per via orale (permetteteci la battuta).



7) L'EDONISMO ORAZIANO

Considerare Quinto Orazio Flacco un edonista, in virtù del suo noto motto "carpe diem", è un'affermazione sostanzialmente errata, o almeno richiederebbe alcune precisazioni. L'invito a cogliere l'attimo ha come base la consapevolezza della brevità della vita e della fugacità del piacere, per cui il motto non può essere considerato un invito a godere in modo esagerato e smodato, come invece spesso viene interpretato erroneamente. Riprendendo il pensiero epicureo, Orazio afferma che il saggio è colui che sarà in grado di affrontare ed accettare gli eventi con serenità, addolcendo la vita con piaceri semplici, con piccoli e continui momenti di felicità. Il saggio è colui che riesce a liberarsi dalle passioni eccessive ed a sfuggire agli eccessi, accettando la morte e la precarietà della vita. Vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo, certo, ma con moderazione e semplicità, non in modo sfrenato e quasi autodistruttivo (qui semmai siamo al limite dell'estetismo d'annunziano).



8) LE ORIGINI DELLA FIABA CENERENTOLA

La favola di Cenerentola è conosciuta ormai in tutto il mondo, tuttavia la maggior parte delle persone ignora le antiche origini letterarie della storia.

Molti sono convinti che sia un'invenzione della Disney, come se tutto fosse nato con l'omonimo film del 1950.

Un buon numero di persone sa che nei primi decenni dell'800 i Fratelli Grimm pubblicarono tantissime favole, tra le quali proprio Cenerentola; in questa versione la scarpetta è d'oro, non di cristallo.

Un gruppetto più sparuto di appassionati è consapevole che i Grimm si ispirarono ad un racconto di Charles Perrault, scrittore francese attivo nella seconda metà del '600; nella sua versione, fonte principale delle Disney, la scarpetta è appunto di cristallo.

Pochi eletti sanno che l'autore francese si ispirò allo scrittore napoletano Giambattista Basile, autore della raccolta Lo cunto de li cunti (1634-36); l'opera contiene cinquanta splendide favole narrate da dieci donne diverse, tra cui spicca La gatta Cenerentola, fiaba decisamente più realistica e cruda rispetto alle versioni sopracitate (la giovane arriva addirittura ad assassinare la matrigna).

Qui si fermano le fonti letterarie certe, ma la tradizione è indubbiamente più antica del periodo Barocco. Alcuni studiosi hanno trovato dei precedenti nella cultura cinese, spiegando così l'ammirazione per il piccolo piede della ragazza (in Cina è ancora una caratteristica "nobile") e la sicurezza del principe che crede ci sia una donna soltanto capace di poter indossare la scarpina, dato che in questa versione verrebbe sottolineato il fatto che la ragazza abbia i piedi più piccoli del regno.

Altri filologi fanno risalire l'origine della storia alla tradizione egizia, rimandando alle vicende della schiava Rodopi. Questa fiaba viene citata anche da Erodoto e Strabone, ed in effetti ha tantissimi punti in comune con Cenerentola. La leggenda vuole che Esopo abbia udito la storia dalla stessa schiava, dando così origine al mito.



9) I DIARI DI MUSSOLINI

Da circa trent'anni girano per il mondo dei presunti Diari di Benito Mussolini, considerati ormai falsi dalla stragrande maggioranza degli studiosi.

Nel 1980 il Times di Londra li rifiutò dopo un'attenta analisi; all'inizio degli anni '90 furono giudicati falsi dalla casa d'aste Sotheby's e dall'editore Carlo Feltrinelli, per essere poi bocciati dalla critica. Nel 2007 un'approfondita indagine filologica e storica dell'Espresso ne sancì il definitivo status di "falso". In quello stesso anno Marcello Dell'Utri aveva affermato di aver ricevuto i Diari dai figli di un partigiano, sottolineandone l'autenticità. Nel 2010 l'allora premier Silvio Berlusconi, amico del Dell'Utri, citò addirittura una frase dei falsi Diari durante un vertice dell'Ocse.

Nonostante i numerosi pareri negativi la Bompiani pubblicò i 30 Diari con l'astuto titolo "I diari di Mussolini (veri o presunti)" e nel 2011 il quotidiano Libero li distribuì gratuitamente. Nello stesso anno lo storico Mimmo Franzinelli pubblicò lo studio Autopsia di un falso: i "Diari" di Mussolini e la manipolazione della storia.



10) L'AUTOBIOGRAFIA DI NIETZSCHE 

Nel 1951 venne pubblicato un libro sconvolgente, dal titolo Mia sorella ed io. Secondo gli editori si trattava di uno scritto autobiografico redatto da Nietzsche verso il 1890, mentre il filosofo era rinchiuso nel manicomio di Turingia. L'opera, se vera, sarebbe una confessione diretta del rapporto incestuoso intrattenuto con la sorella; lo stile è affine a quello di Nietzsche, ed alcuni particolari privati fanno si che ancora oggi alcuni critici ritengano il libro originale.

La maggioranza degli studiosi, tuttavia, lo considerano senza alcun dubbio un apocrifo, in virtù di varie prove:  nell'introduzione dell'opera si fa il nome del traduttore inglese, tuttavia la figlia di costui ha sempre negato il coinvolgimento del padre; la casa editrice che pubblicò l'opera era stata già condannata per falsi e distribuzione illegale di opere protette dal diritto d'autore; il libro fa riferimento ad avvenimenti posteriori al '90; lo stile appare decisamente troppo "moderno" e scandalistico; le conoscenza filosofiche dell'autore appaiono troppo approssimative.




domenica 4 agosto 2024

DIECI PRESIDENTI AMERICANI (O CANDIDATI) AD AVER SUBITO UN ATTENTATO

USA, definiti "la più grande democrazia del mondo":
-Andrew Jackson - 30 gennaio 1835: Jackson fu attaccato da Richard Lawrence, che tentò di sparargli ma le pistole si incepparono.
-Abraham Lincoln - 14 aprile 1865: Lincoln fu assassinato da John Wilkes Booth al Ford's Theatre.
-James A. Garfield - 2 luglio 1881: Garfield fu ferito mortalmente da Charles J. Guiteau e morì il 19 settembre 1881.
-William McKinley - 6 settembre 1901: McKinley fu colpito da Leon Czolgosz e morì il 14 settembre 1901.

-Theodore Roosevelt - 14 ottobre 1912: nel corso della campagna presidenziale fu colpito al petto da un colpo di pistola sparato dall'attentatore John Flammang Schrank a Milwaukee, Wisconsin.
-Franklin D. Roosevelt - 15 febbraio 1933: Giuseppe Zangara tentò di assassinare Roosevelt, ma mancò il bersaglio e uccise invece il sindaco di Chicago Anton Cermak.
-Harry S. Truman - 1 novembre 1950: Due nazionalisti portoricani, Oscar Collazo e Griselio Torresola, tentarono di assassinare Truman al Blair House.
-John F. Kennedy - 22 novembre 1963: Kennedy fu assassinato da Lee Harvey Oswald a Dallas, Texas.
- Robert F. Kennedy - 5 giugno 1968: fratello minore di J.F.K., fu colpito da diversi colpi di pistola sparati da Sirhan Sirhan, un immigrato palestinese, poco dopo aver tenuto il discorso della vittoria per le primarie in California.
-Ronald Reagan - 30 marzo 1981: Reagan fu ferito da John Hinckley Jr. fuori dal Washington Hilton Hotel.
- Donald Trump - 13 luglio 2024: il candidato alla presidenza è stato ferito all'orecchio da un colpo di pistola durante un fallito attentato a un comizio a Butler. L'attentatore, Thomas Matthew Crooks, è stato ucciso sul posto dai cecchini del Servizio Segreto.

Link al video

lunedì 8 luglio 2024

CITAZIONI ERRATE E CATTIVE INTERPRETAZIONI: 7 ESEMPI EMBLEMATICI

Quante citazioni leggiamo ogni giorno sui social media e su internet in generale? Tantissime, ma spesso chi le scrive non conosce a dovere l'opera da cui sono sono state tratte, o addirittura ignora completamente il pensiero e la poetica dell'autore che le ha scritte. Talvolta l'errore può sussistere proprio nell'attribuzione, oppure nella corretta forma della frase, ma ci sono dei casi in cui il significato affibbiato ad una citazione non è proprio quello corretto, magari perché estratta da un contesto più complesso.



Abbiamo raccolto alcune famose citazioni, condivise spesso senza che se ne conosca il significato corretto. In alcuni casi il senso originario non è troppo differente da quello comunemente noto, tuttavia sono necessarie alcune precisazioni per comprendere il messaggio che l'autore intendeva trasmettere; in altre occasioni il senso è stato completamente stravolto, così da attribuire allo scrittore idee molto distanti da ciò che voleva comunicare.

Per evitare di fare brutte figure (e magari per farle fare a qualche "citazionista" incallito) leggete e diffondete il nostro post!



1)Omnia vincit amor et nos cedamus amori. [Virgilio; Bucoliche, X 69]




Amor vincit omnia; Caravaggio.
Amor vincit omnia; Caravaggio.

La frase è diventata il motto degli innamorati d'ogni epoca, fiduciosi nella potenza assoluta dell'Amore. Tuttavia, prestando attenzione alla poetica virgiliana, il messaggio non è proprio quello che la maggioranza dei lettori ha recepito. Ci troviamo nell'ultima Bucolica ed il poeta Gallo, affranto dall'amore, sta cercando di convertirsi al genere pastorale per alleviare le pene del suo cuore; tuttavia, sente di non appartenere a questo mondo arcadico ed alla fine pronuncia questo inno sulla forza dell'Amore. Dobbiamo sapere, però, che Virgilio prende nettamente le distanze da Gallo. La poesia elegiaca non appartiene al mantovano ed anzi lui sta intraprendendo un cammino che lo porterà lontano da qualsiasi genere "disimpegnato". Nella sua opera successiva, le Georgiche, troveremo infatti l'espressione "Labor omnia vincit" [Georgiche I, 145], la quale conferma la forza del lavoro e della fatica su ogni cosa. Non c'è più spazio per l'amore, ed anzi in quest'opera si assisterà al successo di Aristeo (lavoratore ed obbediente) e al fallimento di Orfeo (impulsivo per amore); arriviamo poi all'Eneide dove non c'è traccia di amore trionfante, ma anzi tutti i personaggi dovranno subire le pene d'amore uscendone sconfitti (Didone, Lavinia, ecc.ecc.).

Dunque, citate pure la frase, ma sappiate che non rappresenta di certo il pensiero dell'autore che l'ha scritta.




2)Carpe diem, quam minimum credula postero. [Orazio; Odi X, 11, 8]

In questo post [clicca] abbiamo già parlato della citazione oraziana, spiegando come essa non sia affatto un'esaltazione cieca e smodata dei piaceri o della vita "al massimo", ma tutt'altro.  L'invito a cogliere l'attimo ha come base la consapevolezza della brevità della vita e della fugacità del piacere, per cui il motto non può essere considerato un invito a godere in modo esagerato e smodato, come invece spesso viene interpretato erroneamente. Riprendendo il pensiero epicureo, Orazio afferma che il saggio è colui che sarà in grado di affrontare ed accettare gli eventi con serenità, addolcendo la vita con piaceri semplici, con piccoli e continui momenti di felicità. Il saggio è colui che riesce a liberarsi dalle passioni eccessive ed a sfuggire agli eccessi, accettando la morte e la precarietà della vita. Vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo, certo, ma con moderazione e semplicità, non in modo sfrenato e quasi autodistruttivo (qui semmai siamo al limite dell'estetismo d'annunziano).In questo caso, dunque, citate la massima solo se inclini all'equilibrio, e non dopo una nottata di bagordi (magari trasformandola nel titolo dell'album di Fb nel quale apparite sempre ubriachi).





3) Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. [Dante Alighieri; Divina Commedia, Inferno; XXVI, 119-120]

Le splendide parole pronunciate da Ulisse nell'Inferno dantesco innalzano la natura umana, proiettandola verso una dimensione divina attraverso l'amore per la scoperta, glorificandola con la sete di conoscenza che dovrebbe sussistere in ogni essere umano. Quanto di questo pensiero, però, è proprio di Dante? Sicuramente il giovane Alighieri visse spinto dall'amore per il sapere, come sappiamo dall'allegoria della "donna gentile". La ricerca della verità lo spinse, però, ad andare troppo oltre, superando quelli che sono i limiti umani.Il Dante che scrive la Commedia, però, ha ormai superato quella fase. La consapevolezza che esiste un confine invalicabile lo ha convinto a collocare Ulisse tra i peccatori, tra coloro che utilizzarono la propria intelligenza e la propria dialettica per spingere anche altri a peccare di presunzione. Nell'Inferno manca un girone dei superbi, ma forse è proprio qui che se ne può trovare un surrogato; ed infatti lo stesso Dante è proprio in questo punto che appare più "vicino" al peccatore, così come aveva fatto con Paolo e Francesca nei lussuriosi.

Dunque, è giusto citare questi versi per esaltare la sete di conoscenza umana che sfida anche i precetti divini, ma bisogna comprendere che non rappresentano il pensiero di Dante. Si può essere o meno d'accordo con il suo punto di vista, ma per onestà intellettuale non gli si può togliere il senso del "limite" cristiano, senza il quale la Commedia non avrebbe senso.  




4)Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c'è certezza. [Lorenzo il Magnifico, Il trionfo di Bacco e Arianna]




Trionfo di Bacco e Arianna; Annibale Carracci
Trionfo di Bacco e Arianna; Annibale Carracci

Al pari della citazione oraziana, anche i noti versi di Lorenzo dei Medici nascondono un significato tutt'altro che spensierato al di sotto del senso letterale. La canzone da ballo invita indubbiamente a godere del presente, lasciandosi trascinare dal piacere dei sensi senza che vi sia alcun rimorso, d'altronde lo spirito del carnevale era e è proprio questo; la gioia di vivere aristocratica rinascimentale si contrappone a tutti i precetti ascetici e rinunciatari dominanti fino a quel periodo. Detto questo, però, bisogna anche prestare attenzione alla genesi pessimistica e inquieta su cui poggia tale spensieratezza: il verso 7 recita "perché 'l tempo fugge e inganna", ed infatti caducità e fugacità dell'esistenza avviliscono gli uomini di oggi così come quelli di allora. Lo stesso ritornello inizia con "Quant'è bella giovinezza/ che si fugge tuttavia", rendendo subito evidente la compresenza di precarietà e spensieratezza. In definitiva, è ovvio che la canzone si presenta come un invito ad assaporare i piacere della vita, ma ciò non vuol dire che sia facile farlo senza alcun pensiero negativo, anzi, l'esistenza gaudente è un fragile mezzo attraverso il quale ci si può illudere che la felicità durerà per sempre; idea fallace e, di conseguenza, precaria, al pari della vita umana.


5)Il fine giustifica i mezzi. [Niccolò Machiavelli?!]   




Niccolò Machiavelli; Santi di Tito


Niccolò Machiavelli; Santi di Tito



 La citazione in questione di solito è riportata con un doppio fraintendimento: il primo relativo all'autore, il secondo riguarda il messaggio attribuito allo stesso. Secondo una credenza molto diffusa la massima apparterrebbe a Niccolò Machiavelli, ma in realtà il segretario fiorentino non l'ha mai scritta in questa forma; al limite egli ha scritto che, per quanto riguarda le azioni dei principi, "si guarda al fine [...] e mezzi saranno sempre iudicati onorevoli". Passiamo al messaggio: Machiavelli crede davvero che i governanti possano fare di tutto? Niente affatto, la questione è molto più complessa. Partendo dal presupposto che gli uomini quasi mai sono "giusti" consiglia al principe di essere multiforme, di mostrarsi talvolta uomo talvolta bestia. Ma ciò non implica affatto che egli possa permettersi di tutto, anzi, le crudeltà fine a sé stesse o gli atti eccessivamente atroci potrebbero rivolgersi contro di lui; inoltre distingue tra "principi" e "tiranni", biasimando quest'ultimi che si servono di ogni crudeltà senza che vi sia alcun bisogno. Machiavelli, inoltre, non può giustificare moralmente alcun atto compiuto dai regnanti, dato che, secondo la sua idea, "morale" e "politica" sono due ambiti autonomi e separati. Si limita a constatare ciò che da sempre è stato intrapreso dai politici ed a suggerire a quelli futuri di tenersi pronti a utilizzare qualsiasi mezzo, anche quello meno nobile, ma soltanto nei casi necessari e solo per salvaguardare il bene pubblico. Aggiungiamo ancora che Machiavelli è consapevole dell'impossibilità di basare uno stato soltanto sul terrore, ed inoltre la sua preferenza per il principato (in cui comanda un sol uomo) è riferita unicamente ai momenti di crisi, ma per quanto riguarda il lungo periodo la repubblica è la forma di governo più adatta (si vedano i Discorsi).

Anche in questo caso, possiamo essere d'accordo o meno con lui, ma dobbiamo ammettere che riuscì a delineare con precisione il carattere a-morale dello stato ed è opportuno riconoscere che la citazione in esame non solo non gli appartiene, ma riassume in modo inesatto il suo pensiero.


6)E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce. [Giovanni, III, 19; Citata da Leopardi all'inizio della poesia La ginestra]




Giacomo Leopardi; A. Ferrazzi
Giacomo Leopardi; A. Ferrazzi

Il versetto biblico posto ad epigrafe delle poesia leopardiana viene spesso citato in modo errato: talvolta lo si attribuisce all'autore recanatese, altre volte viene utilizzato in modo completamente difforme rispetto alle intenzione di Giovanni. Leopardi se ne serve in chiave antifrastica, cioè utilizza una massima cristiana, ma rovescia il significato originario proponendone uno decisamente innovativo: per lui le tenebre sono quelle dell'oscurantismo religioso che attanaglia gli uomini al pari di ogni ideologia spiritualistica; ma allo stesso tempo egli considera buie anche le idee progressiste di quel periodo. Ricordiamo che in quegli anni si intravedevano già le basi del clima positivista. Fede e progresso sono condannate in egual modo, così come ogni altro facile ottimismo che non presti attenzione ad una verità fondamentale (la "luce"): l'uomo vive una condizione tragica, privo di felicità e minacciato costantemente dalla natura. Dunque, se si cita il passo biblico si deve tener presente che la "luce" è la fede nella rivelazione; se si fa riferimento alla citazione fatta da Leopardi non si deve credere che la "luce" per lui sia il progresso (questa interpretazione è molto diffusa), ma abbiamo appena visto che anch'esso è condannato dal Leopardi.

L'unica speranza ammessa dal poeta è quella relativa alla presa di coscienza degli uomini, i quali devono liberarsi da questi falsi miti ed unirsi in una comune lotta contro le avversità, riscoprendo così la serenità di una società giusta e civile. Questa è l'unica corretta interpretazione.



7)Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. [Giuseppe Tomasi di Lampedusa; Il Gattopardo]

Il Gattopardo è un'opera complessa, a metà strada tra romanzo storico e decadente, resa ancora più sorprendente dalla profondità dei suoi personaggi ed in particolar modo dal protagonista. Nonostante ciò spesso viene fraintesa o mal interpretata, e la citazione qui segnalata ne è un esempio. Spessissimo si sbaglia ad attribuirla, ed infatti molti credono che a pronunciarla sia il principe, mentre invece si tratta del nipote Tancredi. L'errore di attribuzione si riversa anche sul contenuto. Il principe Fabrizio, infatti, non avrebbe mai detto una cosa simile, dato che la sua lucida consapevolezza gli aveva fatto comprendere che ormai non c'era più spazio per i nobili come lui; nessuna possibilità di mutar forma ed adattarsi, ed infatti rifiuterà l'offerta di un posto al Senato fattagli dal cavaliere Chevalley. L'immobilità è la caratteristica dei siciliani secondo Fabrizio, dato che essi hanno subito troppi mutamenti nel corso della loro storia. Il giovane Tancredi, invece, sa che bisogna sfruttare tutte le occasioni possibili per restare a galla, dunque si schiera dalla parte dei garibaldini e accetta di sposare Angelica, figlia del parvenu don Calogero.

In conclusione è sbagliato attribuire la frase a don Fabrizio, ma anche considerarla l'emblema dell'ideologia di Tomasi di Lampedusa, dato che l'autore siciliano era consapevole dell'impossibilità di conservare davvero le cose così come sono, frenando le maree della modernità.

Al tempo stesso anche coloro che la citano, magari per rappresentare i politici contemporanei, devono capire che alla fine essa non si avvera nel romanzo, anzi, il mondo preunitario scompare completamente così come la nobiltà del principe, costretto a morire in un albergo gestito da un borghesuccio. Alla lunga nessuno sopravvive al mutare delle stagioni, nemmeno gli opportunisti.



domenica 30 giugno 2024

I 10 FINTI LETTORI

Si nascondono ovunque, nei parchi, in giro per le città, su tutti i mezzi di trasporto, nella contorta giungla di internet. Vogliono renderci come loro, lettori a parole più che nei fatti, conoscitori un po' di tutto e quindi di niente, amanti più dell'idea di sembrare acculturati che della stessa cultura.

La società veloce ed approssimativa nella quale viviamo li protegge, giustifica la loro ignoranza ed il loro amore per l'apparenza.



La politica ci vorrebbe tutti così: superficiali, poco appassionati, finti.

Vivono attorno a noi, ma anche nel nostro animo. Ed infatti per sconfiggerli non dobbiamo soltanto imparare a riconoscerli, ma anche comprendere che noi stessi potenzialmente potremmo diventare come loro.

Per salvarci da questa fine dobbiamo leggere molto, approfondire tutto, interrogarci sempre, dubitare spesso.



I 10 finti lettori:



1) IL CITAZIONISTA  Lo si riconosce dal suo citare una frase ed una sola per ogni autore. Condivide sulla sua bacheca aforismi talvolta celebri, talora sconosciuti, tuttavia non li prende quasi mai da un testo reale, ma da siti vari, anche poco attendibili. E' colui il quale, quando nomini, Dante se ne esce con "Ah si, Tanto gentile e tanto onesta pare", o che mentre si parla del Gattopardo si infiamma con " Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi" (attribuendola di solito al Principe e non a Tancredi).

Lo si combatte in due modi: facendogli una domanda più approfondita sull'autore o chiedendogli la parte precisa del testo da cui ha tratto la citazione.



2) IL MANIACO DEL PARCO Si aggira circospetto per i parchi ed i luoghi verdi delle nostre città, alla ricerca di donzelle sole, intente a leggere un libro. Si avvicina a loro con destrezza, sbircia la copertina, quindi cerca sul proprio smartphone il maggior numero di informazioni possibili sull'opera, tentando poi un goffo approccio "culturale". Un tempo il soggetto si recava nei parchi, magari in compagni di amici, per fare jogging ed insidiare così le fanciulle sportive, tuttavia la mollezza fisica lo ha sconfitto, spingendolo a cambiare tattica.  Lo si combatte spostando l'argomento su altre opere dello stesso autore, oppure con lo spray al peperoncino. p.s. può essere anche una donna, si intende.



3) L'UOMO DEL TRENO Simile al maniaco del parco, ma più furbo. E' possibile scovarlo nei treni o in altri mezzi di trasporto a media-lunga percorrenza, intento a leggere un bel libro (best seller o anche un classico di prestigio), nell'attesa che qualche fanciulla amante delle humanae litterae  gli rivolga la parola, magari dopo aver scorto la copertina che il reo farà in modo da sbandierare. Lo si distingue da un vero lettore dal fatto che spesso si guarda attorno e non gira una pagina per decine di minuti, magari perché sta meditando di cambiare vagone alla prossima fermata. Lo si combatte ignorandolo, oppure citando la parte iniziale del libro che di solito l'uomo ignorerà. Anche qui vale il post scriptum precedente.



4) IL FILMOMANE Sembra conoscere bene un gran numero di opere, al punto che lo si potrebbe considerare anche un vero lettore. Stranamente, però, è esperto soltanto di quei libri che sono stati successivamente adattati per il cinema. Non conosce bene la fine di Saruman, incespica su alcuni particolari del caro Harry, ha cominciato a parlare dei Miserabili soltanto dall'inizio del 2013. Lo si smaschera con riferimenti più puntuali sullo stile dell'opera, ma talvolta è lui stesso a compromettersi; ad esempio quando sostiene che Sherlock Holmes pratichi le arti marziali e non la box, oppure quando confonde le caratteristiche fisiche di Watson [in realtà alto, grasso e zoppo]. Il massimo sarebbe sentirgli narrare passaggi dei Promessi sposi estratti dal Trio Marchesini.



5) IL SILENTE Nelle discussioni letterarie resta in disparte, magari fingendo di essere distratto dal cellulare. Nonostante ciò non si sente sereno nel far passare l'idea che lui quel determinato libro non lo abbia proprio letto, per cui interviene alla fine di qualche commento dicendo "Eh, si, la penso come te", oppure arrischiando qualcosa del tipo "Ah, io adoro questo libro". La maggior parte del tempo, comunque, la passa nel silenzio, consapevole che esporsi troppo potrebbe compromettere la sua credibilità. In fin dei conti non vale la pena smascherarlo, certo non si capisce perché ci si debba far passare per quel che non si è.



6) IL BESTSELLERIANO I classici per lui sono inutili, quasi dannosi, ed infatti afferma con fierezza di leggere solo i libri più attuali. Il problema è che i primi in effetti non li capisce, però nemmeno con i secondi si sforza più di tanto. Prendendo spunto un po' dal filmomane ed un po' dal maniaco del parco, se la cava con notizie estrapolate da tutte le fonti, tranne che dai libri. In effetti vive con l'ansia costante di essere sempre fuori dal giro, di non poter partecipare alle discussioni più alla moda su internet o nella vita reale, per cui fa di tutto per sembrare un lettore di bestseller. Lo si metta a riposo con una domanda sul penultimo libro da lui citato; infatti, mentre sparla dell'ultimo, di solito ha rimosso i precedenti.



7) IL CLASSICISTA Agli antipodi del precedente, prova ribrezzo per tutto ciò che sia stato scritto da autori viventi o morti dopo il '90. A scuola era solito imparare benissimo la parte teorica e critica sugli autori, senza mai leggere nemmeno un rigo dalle opere in antologia. Si mostra snob con gli appassionati di bestseller ed è sempre pronto a riprendere chi si sofferma sulla Divina commedia se costui non ha citato l'Epistola a Cangrande; allo stesso modo conosce a menadito le differenze tra il Fermo e Lucia ed i Promessi sposi, nell'ordine preciso in cui le riassume il suo manuale di riferimento.

Per umiliarlo basta far riferimento a dei luoghi comuni sulla letteratura, come ad esempio le volte in cui Sherlock Holmes ha detto "elementare Watson" (praticamente non ha mai usato questa espressione, accennata solo due volte in un unico romanzo), oppure spiegargli che nella Bibbia non si fa riferimento alla "mela", ma ad un "albero della conoscenza del bene e del male", nonostante lui sia convinto del contrario.



8) IL WIKIPEDIANO Questo falso lettore riesce a sopravvivere soprattutto su internet, commentando post di letteratura dopo aver preso qualche informazione da wikipedia (o simili). Riesce così ad apparire come un conoscitore sopraffino, descrivendo opere di generi diversi con una facilità unica, arrivando anche a citare passaggi fondamentali tramite wikiquote. Lo si riconosce dalla tempistica, infatti ci mette sempre qualche minuto in più degli altri per partorire qualcosa di intelligente.



9) IL "SOCIALISTA" E' simile ad altre figure precedentemente descritte, tuttavia punta decisamente di più sull'apparenza. Condivide una marea di link con citazioni, copertine dei libri, caricature di autori ecc.ecc. Tra le proprie informazioni ha incluso un milione di libri preferiti (oltre ad altrettanti film ed artisti musicali) e passa il tempo iscrivendosi a pagine che trattano di libri, cultura e simili. Per smascherarlo basta pochissimo, alla prima domanda approfondita vi bannerà seduta stante.



10) IL MEMORIALISTA Le opere le ha lette tutte, a suo dire, praticamente non ne ha mancata una. Tuttavia non ricorda quasi mai bene i particolari o almeno i passaggi fondamentali di un testo. Riesce sempre a salvarsi con scuse del tipo "L'ho letto a scuola, ora lo ricordo così così", "L'anno scorso l'ho letto con altri cento libri e ora mi sfugge un attimo". Per stanarlo basta chiedergli quale sia il libro più recente terminato, costringendolo così a non servirsi della scusa "memorialista".






venerdì 7 giugno 2024

I NOBEL ITALIANI PER LA LETTERATURA



In oltre cento anni di storia il nostro paese è stato premiato per sei volte con il Nobel per la letteratura. 

Pochi, direte voi?

In effetti sì, se guardiamo alla Francia che quasi ci triplica, e a Stati Uniti, Regno Unito, Germania e Svezia che ci precedono in classifica, mentre Spagna e Russia (compresi i premi assegnati quando era Urss) lottano punto a punto con il Bel paese.

Certo, non si tratta di un torneo sportivo e non bisogna dimenticare le dinamiche storico-politiche che talvolta influenzano l'assegnazione dell'ambito premio.

Passiamo in rapida rassegna i nostri vincitori, anticipando che alcuni di loro sono finiti (quasi) nel dimenticatoio, sia per quanto riguarda i manuali scolastici che nella memoria collettiva.



Giosuè Carducci - 1906



Motivazione:



“Non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all'energia creativa, alla purezza dello stile ed alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica.”



Nato a Valdicastello di Pietrasanta nel 1835, il Carducci si è formato attraverso lo studio dei classici e osservando il paesaggio tipico della sua terra natia. In gioventù fu "scudiero dei classici", un pedante difensore della tradizione ed anche della classicità moderna (Foscolo, Leopardi...); negli anni del Risorgimento fu giacobino e repubblicano, legato anche alla massoneria, affascinato dal socialismo e dalle idee mazziniane, mentre per la Chiesa dimostrava quasi odio; il periodo successivo fu segnato da una sorta di "ritorno all'ordine", da un accumularsi di tematiche intime e storiche, mentre politicamente fioccavano le critiche alla sinistra, avvicinandosi a Crispi ed alla monarchia; gli ultimi anni segnano il trionfo del "poeta vate", guida retorica e spirituale degli italiani, sebbene le liriche di fine secolo abbiano fatto intravedere inquietudini romantiche.

Tra le opere principali ricordiamo Juvenilia, Levia Gravia, l'Inno a Satana, Giambi ed epodi, Rime nuove, Odi barbare, Rime e ritmi. Fu anche critico e gran prosatore.

Si spense a Bologna nel 1907.

Un tempo veniva studiato a menadito, dalle elementari dove le poesie erano imparate a memoria fino all'università che contavano corsi interamente su di lui. Oggi, al di là di qualche pagina di raccordo nei manuali, è messo in secondo piano rispetto a Pascoli e D'Annunzio, sebbene la sua attività poetica abbia influenzato profondamente i successori: dagli esperimenti sulla versificazione al culto della parola isolata, dalla carica visionaria alla classicità moderna, il tutto mantenendo sempre un forte impegno ed una robustezza formale.



Grazia Deledda - 1926



Motivazione:



“Per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi.”



Nata a Nuoro nel 1871 e morta a Roma nel 1936, l'autrice rimase sempre legata emotivamente e letterariamente alla sua Sardegna.

Fu verista quasi per istinto, ma le sue opere trasudano di un decadentismo molto personale ed intrigante. Il realismo, infatti, non sfocia in analisi sociali o economiche, ma segue il flusso dell'animo attraverso un'isola narrata come sentimento spirituale, più che come luogo fisico. I romanzi della Deledda vedono sempre incombere una sorta di colpa primitiva da scontare nella vita, con una passione per le proprie origini che non tralascia l'aspetto doloroso della vita.

E' il caso dell'opera più nota, Canne al vento, storia familiare tutt'altro che tradizionale vista la presenza di esseri mitici, omicidi, ritorni e punizioni esemplari, il tutto concluso da una pace affatto rassicurante.

Conosciuta forse più all'estero che in Italia, ancora oggi viene praticamente ignorata a scuola ed affrontata in maniera rapida e sommaria all'università.





Luigi Pirandello - 1934



Motivazione:



“Per il suo ardito e ingegnoso rinnovamento dell'arte drammatica e teatrale.”



Nato a Girgenti (Agrigento) nel 1867, morto a Roma nel '36,  come l'autrice precedente è sempre rimasto molto legato alla sua terra, sebbene la grandezza intellettuale lo abbia reso un intellettuale globale. I primi scritti letterari (anche poetici, sebbene le sue liriche non si studino praticamente mai) sono dunque legati alla Sicilia più folklorica, mentre figure come quelle dell'inetto e conflitti familiari fanno intravedere già tematiche universali. Gli anni a cavallo tra i due secoli sono segnati dalla coscienza della crisi e dal relativismo antipositivista, il tutto frutto anche di una situazione economica e familiare non rosea. Nei primi 15 anni del '900 si consuma l'approccio umoristico, non solamente letterario ma filosofico, con una predilezione per novelle e romanzi che pian piano lascia spazio al teatro. Ed infatti il periodo del primo dopoguerra è segnato da una profonda riflessione sul genere, mentre le sue opere gli consegnano fama internazionale e successi in patria, anche grazie alla vicinanza al fascismo, mai amato, tuttavia, e più avanti criticato. L'ultimo decennio vede tornare la presenza di tematiche surreali legate all'inconscio, mentre l'amore per l'arte sembra dare un nuovo ruolo agli intellettuali, anche in tempi di disfacimento storico e crisi di significati.

Ricordiamo le opere principali: Il fu Mattia Pascal, Si gira, Uno, nessuno e centomila, Novelle per un anno, Sei personaggi in cerca d'autore...

Non c'è spazio solo per citare tutte le opere più importanti e non basterebbero cento pagine per riassumere la sua grandezza intellettuale. Giustamente è uno degli autori più affrontati a scuola ed in ambito accademico.





Salvatore Quasimodo - 1959



Motivazione:



“Per la sua poetica lirica, che con ardente classicità esprime le tragiche esperienze della vita dei nostri tempi”.



Nato a Modica nel 1901 e morto a Napoli nel 1968, il suo nome è legato a due diversi momenti delle letteratura contemporanea. In una prima fase fu ermetico, uno dei maggiori autori di tale corrente, legato al concetto di poesia come valore superiore, come mezzo per recuperare l'origine mitica perduta, il tutto adornato da una musicalità dei versi e da procedimenti analogici che tendono a mettere in secondo piano i temi. La storia, invece, torna prepotentemente protagonista durante e dopo la Seconda guerra mondiale, quando l'ideologia e l'impegno non sono più visti come un'alternativa, ma come l'unico orizzonte possibile. In questa fase i versi diventano più lunghi, le tematiche concrete, si passa dall'io al mondo, cercando di affrontare problemi legati alla contemporaneità.

La prima fase è segnata da opere come Acque e terre, Oboe sommerso, mentre Giorno dopo giorno è la raccolta più importante del dopoguerra.

A scuola viene sommariamente trattato tenendo presente questi due momenti, quasi sempre si contrappongono le liriche Ed è subito sera e Alle fronde dei salici per inquadrare le differenze tra prima e dopo. In ambito universitario non si va molto più in là.



Eugenio Montale - 1975



Motivazione:



"Per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni.”



Altro Nobel tutt'altro che dimentica, come Pirandello. Nato a Genova nel 1896 e morto a Milano nel 1981, l'evoluzione della sua poetica si può seguire passando in rassegna le raccolte.

Con Ossi di seppia ('25) siamo nella fase iniziale, quando si contrappongono ancora terra e mare, mondo ed esilio, presa di coscienza e fuga. E' un romanzo di formazione in chiave poetica, segnato da uno stile arido che indica già il trionfare del momento negativo, seppure la ricerca di una energia morale permanga ancora come speranza e come fede nella letteratura.

Le occasioni ('39) esplorano questa possibilità. La cultura è vista come possibile via di fuga dai drammi storici ed esistenziali, ma nulla può dinnanzi all'orrore della guerra imminente. Lo stile si fa più alto, quasi a voler trovare un risarcimento al caos del mondo; la donna Clizia è il simbolo di tale dualismo, seppure nelle liriche finali il suo disfacimento segni ormai la sconfitta.

La bufera ed altro ('56) ha già nel titolo la perdita della speranza. Tra i drammi privati (la morte di Mosca) e pubblici (la disillusione sul mondo "liberato") si snoda un cammino che parte dalla precedente allegoria salvifica e finisce per trovare spazio solo nel passato intimo oppure nel presente "umile", nel "basso" della vita concreta, rappresentata dalla donna Volpe e da animali come l'anguilla.

Il successivo silenzio poetico è una naturale conseguenza di ciò, mentre opere in prosa come Farfalle di Dinard, e saggi quali Nel nostro tempo analizzano l'isolamento come una via possibile.

Satura ('71), dunque, non può che riproporre la poesia come plurilinguismo, come prosastico rassegnarsi, come alluvione globale e parodia delle letteratura passata (anche autoparodia) che ha molti legami con il postmoderno, mentre gli unici momenti di commozione sono confinati nel ricordo della moglie.

Il carattere diaristico sarà mantenuto nelle raccolte successive.

Questa parabola complessa spesso è ignorata in ambito scolastico, ed infatti si studiano soprattutto le poesie della prima raccolta. All'università di va maggiormente in profondità, con un'attenzione per l'ultimo Montale che sta aumentando sempre più.





Dario Fo - 1997



Motivazione:



“Seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”.



Nato a Sangiano nel 1926, morto a Milano nel 2016, l'ultimo Nobel italiano viene praticamente ignorato a scuola, aggiungiamo anche colpevolmente, mentre gli accademici risultano ancora divisi, anche se non soprattutto per ragioni politiche ed ideologiche. C'è chi non lo considera nemmeno degno di essere contemplato dai manuali, mentre altri lo adorano acriticamente.

La sua attività creativa dovette scontrarsi sa subito con critiche e censure, anche per la carica satirica evidente in opere come Mistero buffo. Morte accidentale di un anarchico, poi, segna un maggiore impegno politico, ma sempre condito da ironia pungente e "follia" sapientemente studiata.

Il papa e la strega mantiene ancora il legame con l'attualità, in questo caso riferita alle ingerenze ecclesiastiche nella politica italiana.

La gigantesca produzione di Fo manterrà sempre viva questa dualità: ironia e attivismo, anche a costo di veder eccedere l'uno o l'altro polo, con un'energia incredibile che lo vedrà in scena praticamente fino agli ultimi giorni.