giovedì 8 gennaio 2026

DALL'ITALIA AL VENEZUELA: IL PREZZO DELLA LIBERTÀ

C’è una frase che torna puntuale, quasi automatica, ogni volta che si parla di crisi internazionali, Venezuela compreso:

“Anche l’Italia è stata liberata dagli americani, quindi di cosa vi lamentate?”

È una frase comoda, ma troppo rassicurante. 
Racconta solo metà storia e lascia fuori tutto ciò che stava scritto in piccolo, in fondo al contratto.

Ok, il contributo degli Alleati fu importante per abbattere il nazifascismo. Ma sarebbe altrettanto disonesto dimenticare il ruolo della Resistenza, la liberazione che veniva anche dal basso, dalle montagne e dalle città. E, soprattutto, sarebbe ingenuo pensare che quella libertà sia arrivata senza condizioni.

Ovviamente non è stata una donazione, ma un investimento.
E come tutti gli investimenti geopolitici ha preteso interessi.

Proviamo allora a guardare in faccia il conto.
Senza retorica o romanticismi. Solo i fatti e le conseguenze.


1. Atlantismo obbligato

Dal dopoguerra in poi, la politica estera italiana ha smesso di essere davvero autonoma. Siamo stati inseriti in un blocco, punto.
Un blocco che ci ha chiesto fedeltà e obbedienza più che mediazione. Nel Mediterraneo avremmo potuto giocare un ruolo centrale, da ponte tra mondi. Invece ci siamo spesso ritrovati a fare da eco alle priorità di Washington, anche quando collidevano apertamente con i nostri interessi economici e diplomatici. 


2. Dipendenza economia

Il Piano Marshall viene raccontato come un gesto di altruismo. In realtà fu una gigantesca operazione strategica.
Serviva a salvare il capitalismo europeo, a evitare che le macerie producessero consenso per i partiti comunisti, e a creare mercati per l’industria americana. Funzionò. Ma ci legò mani e piedi a modelli di consumo, flussi finanziari e logiche decise altrove. Da allora, ogni scossone a Wall Street ha avuto ripercussioni anche da noi. Vedi crisi del 2008 e non solo.


3. La conquista dell’immaginario

La colonizzazione più efficace non ha bisogno di carri armati. Basta Hollywood.
Cinema, musica, pubblicità, stili di vita: l’American Way of Life è diventato sinonimo di modernità, progresso, successo. Tutto ciò che avevamo di bello, come tradizioni, identità locali, alternative culturali è stato lentamente ridicolizzato o marginalizzato. Lo stesso cinema, nel quale fino a qualche anno fa eravamo maestri, è stato silenziato per non danneggiare gli americani che allora ci facevano da scolaretti.  

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4. Gladio e la Strategia della Tensione

Qui il discorso si fa più scuro.
Strutture paramilitari segrete, come Gladio, nate in ambito NATO per “difendere la democrazia”, hanno finito per sabotarla dall’interno. Decenni di stragi, depistaggi, verità spezzate. Una Strategia della Tensione che ha terrorizzato il Paese e congelato ogni reale alternativa politica.
E ancora oggi, molti mandanti restano sepolti sotto strati di segreto di Stato e complicità internazionali.


5. Basi militari e armi nucleari

L’Italia è diventata una piattaforma militare permanente.
Aviano, Sigonella, Camp Darby, Ghedi: nomi che raccontano una realtà chiara. Sul nostro territorio ci sono basi e testate nucleari su cui non abbiamo controllo reale.
Siamo ospiti in casa nostra. E bersagli potenziali in caso di conflitto. Senza referendum, senza dibattito pubblico. 


6. Democrazia a sovranità limitata

Per quasi cinquant’anni, un partito votato da milioni di italiani non ha potuto governare.
Il famoso Conventio ad excludendum non era scritto in Costituzione, ma era solidissimo nei fatti. Il risultato? Alternanza bloccata, stagnazione politica, sistemi di potere fondati su corruzione e clientelismo, purché servissero a tenere lontano il “pericolo rosso”.


7. Sorveglianza globale

Grazie a  sistemi di spionaggio come Echelon, la privacy nazionale è diventata un concetto teorico.
Comunicazioni istituzionali, aziendali, private: tutto potenzialmente intercettabile. Non solo per la sicurezza, ma anche per lo spionaggio industriale. Un vantaggio competitivo enorme per le multinazionali americane, spesso a danno delle nostre eccellenze. 


8. Dipendenza energetica

Mattei aveva capito una cosa semplice e pericolosa: senza autonomia energetica non esiste sovranità.
Provò a rompere il monopolio delle Sette Sorelle, a costruire un’Italia indipendente nel Mediterraneo e in Africa. Morì in un incidente che, a distanza di decenni, continua a non convincere nessuno.
Il messaggio arrivò con chiarezza, nessuno ci ha più provato dopo di lui. 


9. Sudditanza militare

La Costituzione ripudia la guerra.
Eppure abbiamo bombardato la Jugoslavia, partecipato a guerre in Afghanistan, Iraq, Libia. Sempre con nomi rassicuranti, sempre per “esigenze alleate”. Spesso contro Paesi con cui avevamo rapporti solidi. Anni di diplomazia bruciati in pochi giorni, per non sembrare alleati tiepidi.


10. Sudditanza giuridica

Nel 1998 un aereo dei Marines tranciò una funivia: 20 morti.
I responsabili non furono giudicati in Italia. E in patria furono sostanzialmente assolti.
Più chiaro di così è difficile: sul nostro territorio, la legge non è uguale per tutti. Dipende da che uniforme indossi. E lo stesso vale anche all'esterno, non dimentichiamo il caso Calipari.  


In definitiva

Forse è il momento di smettere di raccontarci favole.
La liberazione che arriva dall’esterno non è mai gratuita. Porta con sé controllo, vincoli, dipendenze. L’Italia entrò in una condizione di sovranità amputata, mai davvero recuperata.

Prima di invocare interventi “liberatori” altrove, dovremmo chiederci cosa è rimasto della nostra autonomia. E se il conto, dopo quasi ottant’anni, non sia diventato semplicemente insostenibile.


martedì 6 gennaio 2026

ALTRO CHE FALSISSIMO: 10 VERE FINZIONI PER CUI DOVREMMO INDIGNARCI

 Falsissimo, già. Ma cosa c'è di davvero falso nella nostra società? Su cosa ci ingannano?
Se gli italiani si dedicassero a studiare tali questioni così come fanno con gossip, sport, trend e simili, allora sarebbe davvero molto più difficile prenderci in giro. 

Ma invece non è così, quindi chi ci domina continua a falsificare qualsiasi cosa che davvero ci possa interessare.

E voi?
Quali altri "falsissimo" davvero importanti vorreste che fossero analizzati dai media?
 

1 - Il sistema bancario/monetario

Credete che i soldi in banca esistano davvero? Falso. Dallo sganciamento dal gold standard, il denaro è debito creato dal nulla. Le banche prestano soldi che non hanno (riserva frazionaria) creando inflazione che erode i vostri risparmi. È un gioco di prestigio legalizzato dove il banco vince sempre e voi pagate gli interessi sul nulla.Giornali e TV che dovrebbero essere i "cani da guardia" del potere sono ormai i "cani da compagnia" degli editori (che sono industriali, banchieri o costruttori). Le notizie non vengono date per informare, ma per indirizzare, spaventare o distrarre (appunto, con il gossip).   

  2 - L'oscura strategia della tensione 

Da Piazza Fontana a Bologna, passando per il caso Moro. Ci hanno raccontato varie favole, nascondendo per decenni che pezzi deviati dello Stato, servizi segreti e potenze straniere muovevano i fili per terrorizzare la popolazione e mantenere lo status quo. Indagherete sulla maggiore "fake news" della storia repubblicana? 

3 - La trattativa stato-mafia

Mentre ci mostravano gli eroi antimafia morire, nelle stanze dei bottoni qualcuno stringeva la mano ai carnefici. La finzione è averci fatto credere che Stato e Mafia fossero due eserciti sempre contrapposti, quando per anni hanno condiviso interessi, messaggi e, forse, agende politiche. Il "bacio" tra guardie e ladri è la scena più censurata di sempre.  

4 -  L'esportazione della democrazia 

 Ogni volta che sentite "intervento umanitario" o "missione di pace", leggete: gas, petrolio, controllo geopolitico o vendita di armi. Le guerre moderne sono operazioni commerciali mascherate da crociate morali. Gli obiettivi scelti di volta in volta in base agli interessi. I morti civili sono veri, la nobile causa è quasi sempre falsa.

5 -  L'alternanza destra - sinistra 

Il teatrino più vecchio del mondo. Cambiano i colori, cambiano gli slogan, litigano nei talk show, ma le direttive economiche e i vincoli sovranazionali restano identici. È come il wrestling: sul ring se le danno, ma nello spogliatoio si spartiscono l'incasso. Voi tifate, loro se la ridono e ingrassano i conti. 

6 - La meritocrazia come ascensore sociale 

"Se ti impegni, ce la farai". La più grande bugia per tenere buoni i poveri. I dati dicono che in Italia ci vogliono 5 generazioni per uscire dalla povertà. Le carriere sono blindate da nepotismo, cooptazione e rendite di posizione. Non vince il migliore, vince "il figlio di" o "l'amico di". 

 7 - L'obsolescenza programmata e il consumismo 

Elettrodomestici, smartphone, auto: progettati per rompersi appena scade la garanzia. La tecnologia potrebbe essere duratura, ma il profitto richiede che voi compriate, buttiate e ricompriate. È una truffa ingegneristica ai danni del consumatore e del pianeta, venduta come "innovazione". La ruota deve sempre girare. 

 8 - La libertà del web

 Pensate di usare Google o i social "gratis"? Falso. Il prezzo è la vostra privacy, i vostri dati, la vostra mente profilata e venduta al miglior offerente. La rete doveva liberarci, è diventata la più grande macchina di sorveglianza e manipolazione di massa della storia. Nessuno pensa di eliminarli, ma almeno ci sia la giusta coscienza.

9 -  La sicurezza a scapito della libertà 

 Ogni emergenza, (talvolta reale, ma spesso fake) diventa una occasione per sorvegliare, schedare, controllare. Le misure “temporanee” restano, i diritti svaniscono, e c’è anche chi accetta tutto ciò pur di provare un minimo di falsa sicurezza in più. Almeno fino alla prossima crisi.  

10 -  L'informazione libera 

 Giornali e TV che dovrebbero essere i "cani da guardia" del potere sono ormai i "cani da compagnia" degli editori (che sono industriali, banchieri o costruttori). Le notizie non vengono date per informare, ma per indirizzare, spaventare o distrarre (appunto, con il gossip).


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mercoledì 24 dicembre 2025

Gesù: un "remix" divino? 10 caratteristiche che la Chiesa ha attinto da altri culti

Siamo abituati a pensare alla figura di Gesù come a qualcosa di totalmente inedito, un unicum nella storia religiosa. La verità storica, però, è che il Cristianesimo non è nato dal nulla, nonostante qualcuno ne sia ancora convinto.
 È fiorito in un Mediterraneo affollato di dèi, culti misterici, filosofi e imperatori divinizzati.
Per "promuovere" la nuova religione a greci e romani, i primi cristiani (consapevolmente o meno) hanno usato un linguaggio che quei popoli conoscevano già. 

Hanno condotto un’operazione assimilazione teologica, attribuendo a Gesù caratteristiche, miracoli e titoli che appartenevano già a divinità molto più antiche. 

Ecco 10 elementi filologici che aiutano a comprendere come l'immagine di Gesù che abbiamo oggi sia un incredibile mosaico di miti precedenti.
1. La Nascita da una Vergine È il dogma per eccellenza. Ma l'idea che un dio nascesse da una madre vergine (o fecondata senza intervento maschile umano) era un cliché nel mondo antico.
L'originale: Pensiamo a Horus in Egitto, concepito magicamente da Iside. O a innumerevoli eroi greci (come Perseo) nati dall'unione tra Zeus (sotto varie forme, come pioggia d'oro) e donne mortali. L'idea che la grandezza spirituale richiedesse un concepimento sovrannaturale era standard. 
2. Il Dio che Muore e Risorge Il cuore del Cristianesimo è la morte e resurrezione. Un concetto potentissimo, ma per nulla nuovo.
L'originale: Il Mediterraneo era pieno di "dèi" che morivano in inverno e rinascevano a primavera, simboleggiando il ciclo agricolo e la speranza di vita eterna. I più famosi? L'egizio Osiride, il greco Dioniso, il siriano Adone, il frigio Attis. Tutti morti (spesso violentemente) e tutti ritornati in vita, spesso con scopi salvifici.
3. Il Miracolo dell'Acqua in Vino (Le Nozze di Cana) Il primo miracolo di Gesù. Un gesto festoso, quasi eccessivo. Chi vi ricorda?
L'originale: Dioniso (Bacco per i romani), il dio del vino, dell'ebbrezza e dell'estasi. Nei suoi templi si raccontava che durante le sue feste le fonti facessero sgorgare vino invece che acqua. Gesù che trasforma l'acqua in vino è un chiaro messaggio ai pagani: "Il nostro dio è il nuovo, vero Dioniso". 
4. Il Titolo "Figlio di Dio" Per noi oggi è un titolo esclusivamente teologico. Nel I secolo d.C., era una dichiarazione politica incendiaria.
L'originale: Era il titolo ufficiale dell'Imperatore Romano. Augusto si faceva chiamare Divi Filius (Figlio del Divino Giulio Cesare). Chiamare Gesù "Figlio di Dio" significava dire all'Impero: "Il vero potere non è quello di Cesare, ma quello di Cristo".
5. L'Iconografia del "Buon Pastore" Avete presente le prime immagini di Gesù nelle catacombe? Un giovane sbarbato con una pecora sulle spalle.
L'originale: È una copia carbone di Hermes Kriophoros (Ermes portatore di ariete), un'immagine greca classica del dio che protegge il gregge. I cristiani hanno preso un'immagine pagana familiare e le hanno cambiato didascalia.
6. Guarire i Malati e Resuscitare i Morti Gesù guarisce ciechi, lebbrosi e resuscita Lazzaro. Era il grande taumaturgo.
L'originale: Nel mondo greco-romano, il guaritore divino per eccellenza era Asclepio (Esculapio). I suoi santuari erano ospedali religiosi dove avvenivano cure miracolose. Anche lui, secondo il mito, era stato punito da Zeus per aver resuscitato i morti, superando il limite umano.
7. Il Pasto Sacro (L'Eucaristia) "Mangiate la mia carne, bevete il mio sangue". Un concetto forte, che scandalizzava molti ebrei del tempo, ma non i pagani. 
L'originale: Molti culti misterici (come quelli di Mitra o i misteri Dionisiaci) prevedevano banchetti sacri in cui gli iniziati condividevano cibo e vino per entrare in comunione con la divinità, in una sorta di teofagia (mangiare il dio) simbolica per ottenerne la forza vitale.
8. La Squadra dei 12 (Gli Apostoli) Gesù sceglie esattamente 12 seguaci intimi. Certo, richiama le 12 tribù di Israele, ma per il mondo antico quel numero significava qualcos'altro: l'astronomia.
L'originale: Il 12 era il numero sacro del Tempo e del Cosmo. Corrisponde ai 12 segni dello Zodiaco attraverso cui viaggia il Sole durante l'anno. Nelle iconografie di Mitra, il dio appare spesso circondato da un cerchio con i 12 segni zodiacali. Anche l'Olimpo greco era governato dai 12 Dèi principali. Gesù, come nuovo "Sole", è il centro che illumina i suoi 12 "mesi" o costellazioni umane.

9. L'Aureola Quel cerchio dorato intorno alla testa di Gesù (e dei santi) nei dipinti medievali.

L'originale: È un prestito diretto dall'iconografia dei dèi solari. Helios, Apollo e il Sol Invictus romano venivano raffigurati con raggi di luce o un disco luminoso attorno al capo per indicare la loro gloria divina. Gesù, "Luce del mondo", ha ereditato la corona solare. 
10. Il Battesimo e la Purificazione L'inizio del ministero di Gesù avviene con l'immersione nel Giordano.
L'originale: Oltre ai bagni rituali ebraici (mikveh), l'idea che l'acqua lavasse via le colpe morali e segnasse un nuovo inizio era centrale in molti culti. Gli iniziati ai misteri di Eleusi si bagnavano nel mare, e i seguaci di Mitra praticavano abluzioni rituali per purificarsi.
Tutto questo rende Gesù "falso"? No. Lo rende storicamente reale. Il Cristianesimo non ha inventato questi concetti dal nulla; li ha presi, li ha rielaborati e ha dato loro un nuovo centro gravitazionale: non più un mito ciclico della natura o un imperatore lontano, ma una persona storica (Gesù di Nazareth) che incarnava quelle antiche speranze in modo nuovo. 
È il più grande esempio di "sincretismo" della storia: il vino nuovo del Vangelo versato negli otri vecchi e familiari della cultura mediterranea antica.

martedì 23 dicembre 2025

IL NATALE: 10 PROVE CHE STAI CELEBRANDO UNA FESTA PAGANA/ROMANA


In questi giorni, state festeggiando insieme a tutti gli altri?
Sì? Bene, ma siete a conoscenza di cosa davvero avete intenzione di celebrare?
Nei primi tre secoli del Cristianesimo non esisteva certo questa tradizione; anche la Bibbia non contiene alcun riferimento sulla data precisa in cui sarebbe nato Gesù. 
Andiamo dunque indietro, ai tempi dell'antica Roma, quando i Saturnali  erano dedicati al Dio dell'Agricoltura e del Raccolto e si festeggiavano poco dopo il solstizio d'inverno, ossia il 21 dicembre.

La verità storica, dunque, è che il Natale come lo conosciamo oggi è forse il più grande "remix" culturale della storia. Quando l'Impero Romano divenne cristiano, non cancellò le feste che la gente amava: le assorbì, le ribattezzò e ne cambiò il significato.


Ecco 10 prove inoppugnabili su tale verità: mentre scarti i regali, dunque, stai in realtà onorando gli antichi dei di Roma. 

1. La Data: 25 Dicembre (Dies Natalis Solis Invicti) Partiamo dalla base, il giorno che tutti conosciamo. Non c'è alcuna prova storica che Gesù sia nato il 25 dicembre. Invece, sappiamo per certo che nel 274 d.C. l'imperatore Aureliano ufficializzò in questa data la festa del Sol Invictus (il Sole Invitto), che rinasceva dopo il solstizio d'inverno. La Chiesa scelse astutamente questa data per sovrapporre la "Luce del Mondo" (Cristo) alla “luce del Sole pagano”. 

2. Il cenone (Tradizione dei Saturnalia) I Saturnalia (dal 17 al 23 dicembre) erano la festa più movimentata dell'anno in onore di Saturno, dio dell'agricoltura. Era una sorta di carnevale invernale: si mangiava fino a scoppiare e si beveva vino a fiumi. Il tuo cenone della Vigilia e il pranzo di Natale infinito sono l'eco diretta di quelle tavolate romane.

3. I Regali (Le Sigillaria) Lo scambio dei doni non l'ha inventato la Coca-Cola con Babbo Natale e nemmeno i Re Magi. Durante i Saturnalia era tradizione scambiarsi la strena (doni di buon augurio) e, negli ultimi giorni della festa (le Sigillaria), si regalavano statuette di terracotta o cera, candele e gadget vari. Il consumismo natalizio ha radici antiche.

4. Le Luci e le Candele Perché riempiamo tutto di lucine più o meno abbaglianti? Durante il periodo più buio dell'anno (il solstizio), i romani accendevano candele e fiaccole per "aiutare" il sole a tornare e per scacciare gli spiriti maligni oscuri. Ogni volta che fai brillare l'albero, stai facendo un antico rituale di magia per richiamare la luce.

5. Decorare con il Verde (Agrifoglio e Edera) In pieno inverno, quando tutto sembrava morto, i romani decoravano i templi e le case con rami sempreverdi (agrifoglio, edera, abete) come simbolo di vita che resiste al gelo. L'idea di portare "la natura dentro casa" per propiziare la fertilità è totalmente pagana. 

6. I giorni di assenza dal lavoro (Ferie e Chiusure) Durante i Saturnalia, tutta l'attività pubblica si fermava. I tribunali chiudevano, le scuole serravano i battenti, non si potevano dichiarare guerre e pare che persino gli schiavi fossero liberi dai loro doveri. La "pausa natalizia" dal lavoro è un'eredità diretta di quel fermo biologico e sociale romano.

7. Il Ribaltamento dei Ruoli (I cappellini di carta) A Saturnalia il mondo si rovesciava: per un giorno, i padroni servivano a tavola i loro schiavi. Si eleggeva un Saturnalicius princeps (un Re del disordine) che dava ordini assurdi. L'usanza di indossare cappellini buffi di carta (tipica dei natali anglosassoni) o di lasciarsi andare a comportamenti meno formali coi parenti deriva da questo "caos controllato". 

8. Il Vischio Certo, questo è più celtico che romano, ma i Romani lo accolsero volentieri quando si espansero a Nord del continente. Era considerato una pianta sacra, simbolo di vita e fertilità. Il bacio sotto il vischio è un rito di fertilità che abbiamo reso una commedia romantica.

9. I Canti per le Strade Durante i festeggiamenti romani, era comune vedere processioni chiassose di persone che cantavano e urlavano per le strade, spesso un po' ubriache. I cori natalizi sono la versione docile e sobria di quelle sfilate. 

10. Il “vogliamoci bene” Lo spirito del "siamo tutti più buoni"? Deriva dal fatto che durante i Saturnalia vigeva una tregua sociale. Le punizioni erano sospese, le inimicizie messe da parte. Era un momento di pace imposta per onorare l'età dell'oro di Saturno, quando gli uomini vivevano in uguaglianza.

Festeggiare il Natale non è sbagliato, ma è affascinante sapere cosa stiamo festeggiando davvero. È un meraviglioso esempio di sincretismo: una festa cristiana costruita sulle fondamenta di una festa solare e agricola romana.
Quindi, quando alzerai il calice per il brindisi, ricorda che un antico romano dentro di te sta sussurrando: "Io Saturnalia!"



lunedì 8 dicembre 2025

SE I PARTITI ITALIANI FOSSERO OPERE LETTERARIE

 Sia ben chiaro, la scelta di Fratelli d’Italia di chiamare la propria kermesse giovanile “Atreju” è affascinante, ma si poteva fare di meglio. Il personaggio di Atreju, protagonista del romanzo “La storia infinita”, combatteva contro il Nulla, ma in politica spesso il problema non è tale mancanza assoluta, ma il suo opposto, l’eccesso di retorica, promesse, esteriorità vana.

Quindi vado in soccorso degli uffici stampa dei partiti italiani e suggerisco loro come trovare una nuova identità letteraria, magari davvero onesta, calzante e decisamente ironica.
Ecco come ribattezzerei le loro convention, attingendo ai grandi classici: vediamo come sarebbero i maggiori politici italiani se svolgessero la propria attività nelle opere letterarie.





Fratelli d'Italia: Dottor Jekyll e del Mr Hyde
Iniziamo proprio con il partito leader e con un duplice personaggio ispirato al romano di Stevenson. Già, perché da un lato abbiamo la Premier in posa istituzionale, con idee atlantiste, che rassicura i mercati, dialoga con la Von der Leyen, con diversi leader stranieri e firma patti di stabilità in puro stile moderato. Dall'altro, nell’oscurità della notte, ecco spuntare l'anima di lotta che in realtà guarda al passato e “vorrebbe riscrivere la storia”. Militanti che urlano nei comizi spagnoli di Vox, vedeno complotti "gender" nelle scuole di ogni ordine e grado, occupano la RAI, portano avanti commenti di intolleranza nelle proprie chat private e innalzano saluti romani nelle sezioni giovanili. Al(la) protagonista non resta che circondarsi di parenti per ricevere un aiuto, sperando che la trasformazione sua o di qualche suo rappresentante non avvenga in diretta TV, svelando il vero volto inquietante e forse amato da una base che applaude Jekyll, ma in realtà vota per l’Hyde che si credeva scomparto da circa 80 anni.  


Partito Democratico: Amleto
Il personaggio di Shakespeare sembra perfetto per un partito il cui motore eterno e immobile è il dubbio. "Essere o non essere? (davvero di sinistra?)”; “Campo largo o vocazione maggioritaria?” “Avvicinarsi o meno al centro?". Come sede il castello gigantesco e freddo di Elsinore (il Nazareno), pieno di fantasmi del passato che si rivoltano contro i discendenti/esponenti di oggi o che sussurrano in direzioni opposte. Elly Schlein, vestita di nero esistenziale, cammina avanti e indietro sul palco tenendo in mano non un teschio, ma il simbolo del partito, o di quel che ne resta. Come il principe di Danimarca, tra l’altro, tutti avvertono l’imminenza di un tradimento, con uno “Zio Claudio” di turno che trama nell’ombra. La tragedia del PD è l'inazione. Tutti sanno che c'è del marcio in Danimarca (il Paese ha problemi), ma il Principe prende tempo. Convoca una direzione. Poi un'assemblea. Poi una costituente. Mentre Amleto dubita, dietro le tende di velluto (le famigerate e temute "correnti"), Polonio, Laerte e Claudio si stanno già accoltellando a vicenda per una candidatura alle regionali, alle europee o in vista delle politiche. La kermesse finisce sempre allo stesso modo: il palco è pieno di corpi politici caduti ("bruciati"), e arriva un Fortinbras straniero (la destra) a prendersi il regno senza aver dovuto nemmeno sguainare la spada.  


Movimento 5 Stelle: Il castello dei destini incrociati
Calvino
offre il paragone ideale per un gruppo di viandanti che, una volta entrati nel Palazzo, sembrano aver perso la parola, dato non possono più urlare "Vaffa" nelle piazze perché ora indossano la cravatta. Sono costretti a raccontare la loro storia usando i Tarocchi, quel linguaggio politichese che in passato avevano sempre abiurato. Naturalmente, come nell’opera, il significato muta continuamente e ogni singola storia cambia in base a chi la racconta: le carte del "Cambiamento" e del "Reddito" assumono un valore opposto a seconda che si incrocino con la carta "Lega" (Conte I), quella "PD" (Conte II), col "Banchiere" (Draghi). Esce poi la carta del Bagatto (Il Mago): nel 2013 significava Beppe Grillo, oggi è Giuseppe Conte che fa giochi di prestigio con le percentuali. Esce la carta della Torre: un tempo era la distruzione della "Casta", oggi è la ristrutturazione col Superbonus 110%. Esce l'Impiccato: è il limite dei due mandati, magari con la formula del "mandato 0" che tiene appesi per i piedi i veterani del partito. Giuseppe Conte siede a capotavola e prova a interpretare queste carte per dare un senso logico alla storia. "Vedete," dice indicando tre carte a caso, "l'alleanza con la Lega e poi quella col PD erano parte dello stesso destino!". Nessuno ci crede, ma gli ospiti sono muti e annuiscono.

È una narrazione combinatoria eterna: puoi rimescolare le carte (o i principi fondanti) all'infinito, sperando che esca la combinazione vincente che li riporti al 30%. Ma dal mazzo continuano a uscire solo due di picche. 


  Lega: Moby Dick
Qui la metafora con l’opera di Melville si scrive da sola. Al timone della nave c'è il Capitano Salvini, zoppicante come i suoi decreti e divorato da un'unica, cieca ossessione: ritrovare la leggendaria Balena Bianca (il 34% delle Europee 2019); l’ha vista, quasi toccata, e ora la sogna da sempre. Per inseguire questo mostro mitologico che ormai vive solo nei ricordi, il Capitano costringe la ciurma a una navigazione folle, cambiando rotta ogni giorno a seconda del vento dei social. La differenza con il libro è che questo Ahab, in preda al panico da sondaggio, non lancia l'arpione solo contro la balena: lo lancia contro qualsiasi cosa si muova in acqua. Un giorno arpiona gli autovelox, il giorno dopo la farina di grillo, poi i monopattini, quindi gli immigrati, ancora il CBD, infine i giudici.
Il primo ufficiale Starbuck
(Luca Zaia) e il secondo ufficiale Stubb (Massimiliano Fedriga) si scambiano sguardi preoccupati. Sanno che la Balena è andata, migrata in altri mari (verso Fratelli d'Italia). Vorrebbero tornare a caccia di prede più semplici e sicure (l'Autonomia), ma il Capitano è impazzito. Ordina di lanciare arpioni contro tutto ciò che vede o di imbarcare chiunque, persino il Generale Vannacci,  o magari vorrebbe attraccare la sua nave sotto il Ponte sullo Stretto.  L'equipaggio continua a remare per inerzia, terrorizzato dal momento in cui il Capitano, nel tentativo finale di colpire la Balena, trascinerà l'intera nave negli abissi dell'irrilevanza politica. 


Forza Italia: Il fu Mattia Pascal
Niente di meglio di Pirandello per la storia di un'entità che è ufficialmente "passata a miglior vita" (politicamente, con la scomparsa del fondatore), ma che cerca di costruirsi una nuova identità con il nome di "Adriano Meis" (o Antonio Tajani). La manifestazione surreale di un partito che vive nel limbo: vorrebbe essere libero dall'ombra ingombrante del passato per rifarsi una vita, ma scopre che senza quel "documento d'identità" (il nome Berlusconi nel simbolo) non esiste socialmente. I leader attuali vorrebbero ricominciare una nuova esistenza, ma non ci riescono.
I vecchi congiunti (alleati) si sono rifatti una nuova vita, per cui gli attuali esponenti, citando l’opera del premio Nobel, “chi va di qua, chi di là, chi torna indietro, chi si raggira; nessuna più trova la via: si urtano, s'aggregano per un momento in dieci, in venti; ma non possono mettersi d'accordo, e tornano a sparpagliarsi in gran confusione, in furia angosciosa”. 


Italia Viva: Il Grande Gatsby
L’opera di Fitzgerald ci proietta l’immagine perfetta per il partito dello scintillio, del lusso e dell'ottimismo americano, dove tutto sembra possibile, tranne superare la soglia di sbarramento. Matteo Renzi è il perfetto Jay Gatsby: un self-made man carismatico e misterioso, con un passato in giro per il mondo (magari per qualche conferenza) che organizza feste sontuose — la Leopolda come la villa a West Egg — piene di luci, slide e jazz, sperando di attirare l'attenzione. 
                                                                                 

Ma cosa guarda davvero Renzi dal molo della sua solitudine dorata? Fissa incantato una luce verde lontana e irraggiungibile: non l'amore di Daisy, ma il 40% del 2014. Il suo dramma è racchiuso nella frase simbolo del libro: "Non si può ripetere il passato? Ma certo che si può!". Lui ne è convinto. Peccato che, come nel romanzo, alle sue feste tutti bevano volentieri il suo champagne (approfittando delle sue manovre di palazzo), ma quando la musica finisce e le luci si spengono, alle urne non rimane nessuno. Nemmeno Nick Carraway


Azione: Il Galateo
Come Monsignor Giovanni Della Casa, anche Calenda vuole insegnarci qualcosa: come governare un Paese di scostumati che non studiano. Qui si combatte contro i congiuntivi sbagliati, le coperture finanziarie assenti e il populismo sguaiato di chi mangia con le mani (metaforicamente e non). La kermesse si basa su regole rigidissime: non si può dire "voglio andare in pensione prima", è scortese verso l'INPS; non si può dire "il nucleare mi fa paura", è da villani antiscientifici; se un elettore fa una domanda provocatoria, il Monsignore non risponde: lo blocca, perché il blocco su Twitter è l'equivalente moderno dello schiaffo con il guanto di velluto.  

Calenda spiega perfettamente come si apparecchia la tavola della democrazia: dove va la forchetta della Sanità, quale bicchiere usare per l'Istruzione, come non fare rumore mentre si gestisce il PNRR. Il problema è che, a furia di rimproverare i commensali perché masticano male o hanno i gomiti sul tavolo, alla fine resta a cenare da solo. La manifestazione si chiude con lui seduto a capotavola, in una sala vuota ma elegantissima, che mormora: "Gli altri partiti vinceranno anche le elezioni, ma vuoi mettere la soddisfazione di avere ragione?"  


Alleanza Verdi e Sinistra: Don Chisciotte della Mancia
 Cervantes ci guida tra lance e armature arrugginite. La festa del popolo ideale per chi vede giganti fascisti e mostri capitalisti anche dove ci sono solo banali mulini a vento. Una saga cavalleresca dove il nobile ideale si scontra costantemente con la goffaggine della realtà, cavalcando un ronzino (la percentuale elettorale) che fatica a reggere il peso di tutte quelle battaglie etiche lanciate contemporaneamente, con molta poca attenzione per il mondo e i problemi concreti. E dove Sancio Panza cerca disperatamente di spiegare che la "transizione ecologica" non si paga con le buone intenzioni.

Il mondo continua ad essere guardato non com’è, ma come dovrebbe essere, e tutto ciò può anche essere romantico, ma resta molto poco pragmatico. Né il Don né AVS si arrendono mai; stremati, ignorati, derisi, ripartono con la convinzione che la prossima carica sarà quella buona, verso un “Sol dell’Avvenire” che forse, ormai, è alle spalle. 


+Europa: Aspettando Godot

I leader del partito, così come i personaggi di Beckett, aspettano. Attendono il Federalismo Europeo, la Ragione che trionfa sul populismo, il momento in cui gli italiani inizieranno a votare leggendo i dossier per un liberalismo senza regole e confini. Un’attesa infinita, un dramma in due atti. Nel primo i protagonisti passano il tempo in discussioni intellettuali elevatissime. I loro ragionamenti sono complicati, non destinati alle masse. Difatti, intorno a loro il pubblico non c'è, o se c'è non capisce. Passano altri personaggi (Pozzo e Lucky, forse Calenda e Renzi?), fanno un gran baccano, si scambiano insulti, promettono rivoluzioni, cadono e si rialzano. Didi e Gogo li guardano con un misto di compassione e orrore: "Sono così poco europei", sussurrano, aggiustandosi la bombetta. Nel secondo atto, per ingannare l'attesa, i protagonisti provano a fare ginnastica: cambiano nome alla lista. Prima "+Europa", poi "Stati Uniti d'Europa", poi "Per l'Europa con...". 

Sembra che si stiano muovendo, che stiano costruendo qualcosa di nuovo. Ma quando la polvere si posa, sono esattamente nello stesso punto: sotto l'albero del 3,9%, a chiedersi se questa volta l’alleanza reggerà o si spezzerà all'ultimo minuto. Alla fine c'è solo l'eterna attesa di un futuro radioso che è sempre a portata di mano, ma che scivola via ad ogni scrutinio, con i protagonisti che dicono sempre di voler andare via ma alla fine devono restare aggrappati a chi può farli entrare in Parlamento. 


Noi Moderati: L'uomo invisibile
Questa non è una festa di partito, è un fenomeno paranormale. La manifestazione si tiene in una sala conferenze apparentemente vuota. Le sedie sembrano libere, i corridoi deserti. Eppure, se si tende l'orecchio, si sentono fruscii, colpi di tosse discreti e il rumore di fogli che si spostano: sono loro. Sono i Moderati. Come nel romanzo di Wells, il leader Maurizio Lupi (lo scienziato Griffin) ha tentato l'esperimento chimico definitivo: fondere insieme particelle subatomiche della politica (l'UdC, Coraggio Italia, Italia al Centro, un pezzo di Toti, un frammento di Brugnaro) per creare una "Cosa" solida. Il risultato, però, è stato un effetto collaterale imprevisto: il partito è diventato trasparente. Ci sono, votano, sostengono il governo, ma l'occhio umano (e quello dei sondaggisti) li attraversa senza riuscire a metterli a fuoco. Nel libro, l'Uomo Invisibile deve coprirsi di bende, indossare occhiali scuri, guanti e cappotto pesante solo per essere percepito dagli altri. 

Allo stesso modo, Noi Moderati per essere visto deve necessariamente avvolgersi in "strati" che non gli appartengono del tutto: deve indossare il cappotto della Coalizione di Centrodestra, mettersi il cappello di Giorgia Meloni e usare i guanti di Forza Italia. Se si togliessero questi accessori (l'alleanza), se restassero "nudi" davanti all'elettorato, di loro non si vedrebbe più nulla. Svanirebbero nell'aria rarefatta dello "zero virgola". La scena finale si chiude con un momento di alta tensione drammatica, degna del finale del libro. Il leader sale sul palco, il microfono si alza da solo a mezz'aria (poiché la mano che lo regge è invisibile) e urla alla platea: "Noi contiamo! Noi siamo decisivi! Noi siamo il centro!" Dalla sala parte un applauso scrosciante. Ma le telecamere del TG inquadrano la stanza e, vedendo solo sedie vuote, decidono di mandare in onda un servizio sul meteo. 

Insomma, Giorgia Meloni ha voluto scomodare Michael Ende, ma forse ha dimenticato la lezione più importante del libro.

Nella Storia Infinita, il "Nulla" divorava il regno di Fantàsia perché gli esseri umani avevano smesso di sognare e di credere. Guardando questa nostra libreria politica, tra nobili decaduti, cavalieri che caricano mulini a vento, narcisisti solitari e fantasmi in cerca d'autore, la metafora purtroppo regge benissimo.

Solo che qui il "Nulla" non è un mostro astratto: è l'astensionismo. E di fronte a una trama così confusa, ripetitiva e piena di buchi di sceneggiatura, il vero miracolo non è che la storia sia infinita. Il miracolo è che ci sia ancora qualcuno, fuori dal Palazzo, che ha voglia di comprarne una copia.

 E voi? Quale di questi "capolavori" lascereste volentieri a prendere polvere sullo scaffale?