Sia ben chiaro, la scelta di Fratelli d’Italia di chiamare la propria
kermesse giovanile “Atreju” è affascinante, ma si poteva fare di meglio.
Il personaggio di Atreju, protagonista del romanzo “La storia infinita”,
combatteva contro il Nulla, ma in politica spesso il problema non è tale
mancanza assoluta, ma il suo opposto, l’eccesso di retorica, promesse,
esteriorità vana.
Quindi vado in soccorso degli uffici stampa dei partiti italiani e
suggerisco loro come trovare una nuova identità letteraria, magari davvero onesta,
calzante e decisamente ironica.
Ecco come ribattezzerei le loro convention, attingendo ai grandi classici:
vediamo come sarebbero i maggiori politici italiani se svolgessero la propria
attività nelle opere letterarie.

Fratelli d'Italia: Dottor Jekyll e del Mr Hyde
Iniziamo proprio con il partito leader e con un duplice personaggio
ispirato al romano di
Stevenson. Già, perché da un lato abbiamo la Premier in
posa istituzionale, con idee atlantiste, che rassicura i mercati, dialoga con
la Von der Leyen, con diversi leader stranieri e firma patti di stabilità in
puro stile moderato. Dall'altro, nell’oscurità della notte, ecco spuntare
l'anima di lotta che in realtà guarda al passato e “vorrebbe riscrivere la
storia”. Militanti che urlano nei comizi spagnoli di
Vox, vedeno complotti
"
gender" nelle scuole di ogni ordine e grado, occupano la RAI, portano
avanti commenti di intolleranza nelle proprie chat private e innalzano saluti
romani nelle sezioni giovanili. Al(la) protagonista non resta che circondarsi
di parenti per ricevere un aiuto, sperando che la trasformazione sua o di
qualche suo rappresentante non avvenga in diretta TV, svelando il vero volto
inquietante e forse amato da una base che applaude
Jekyll, ma in realtà vota
per
l’Hyde che si credeva scomparto da circa 80 anni.
Partito Democratico: Amleto
Il personaggio di
Shakespeare sembra perfetto per un partito il cui motore
eterno e immobile è il dubbio. "Essere o non essere? (davvero di
sinistra?)”; “Campo largo o vocazione maggioritaria?” “Avvicinarsi o meno al
centro?". Come sede il castello gigantesco e freddo di
Elsinore (il
Nazareno), pieno di fantasmi del passato che si rivoltano contro i
discendenti/esponenti di oggi o che sussurrano in direzioni opposte. Elly
Schlein, vestita di nero esistenziale, cammina avanti e indietro sul palco
tenendo in mano non un teschio, ma il simbolo del partito, o di quel che ne resta. Come il principe di
Danimarca, tra l’altro, tutti avvertono l’imminenza di un tradimento, con uno
“Zio Claudio” di turno che trama nell’ombra. La tragedia del
PD è l'inazione.
Tutti sanno che c'è del marcio in Danimarca (il Paese ha problemi), ma il
Principe prende tempo. Convoca una direzione. Poi un'assemblea. Poi una
costituente. Mentre
Amleto dubita, dietro le tende di velluto (le famigerate e temute "correnti"), Polonio, Laerte e Claudio si stanno già accoltellando a
vicenda per una candidatura alle regionali, alle europee o in vista delle politiche. La kermesse finisce sempre allo
stesso modo: il palco è pieno di corpi politici caduti ("bruciati"),
e arriva un
Fortinbras straniero (la destra) a prendersi il regno senza aver
dovuto nemmeno sguainare la spada.
Movimento 5 Stelle: Il castello dei destini incrociati
Calvino offre il paragone ideale per un gruppo di viandanti che, una volta
entrati nel Palazzo, sembrano aver perso la parola, dato non possono più urlare
"Vaffa" nelle piazze perché ora indossano la cravatta. Sono costretti
a raccontare la loro storia usando i
Tarocchi, quel linguaggio politichese che
in passato avevano sempre abiurato. Naturalmente, come nell’opera, il
significato muta continuamente e ogni singola storia cambia in base a chi la
racconta: le carte del "Cambiamento" e del "Reddito"
assumono un valore opposto a seconda che si incrocino con la carta
"Lega" (
Conte I), quella "PD" (
Conte II), col
"Banchiere" (
Draghi).
Esce
poi la carta del Bagatto (Il Mago): nel 2013 significava Beppe
Grillo, oggi è
Giuseppe
Conte che fa giochi di prestigio con le percentuali. Esce la carta
della Torre: un tempo era la distruzione della "Casta", oggi è la
ristrutturazione col Superbonus 110%. Esce l'Impiccato: è il limite dei due
mandati, magari con la formula del "mandato 0" che tiene appesi per i piedi i veterani del partito. Giuseppe Conte
siede a capotavola e prova a interpretare queste carte per dare un senso logico
alla storia.
"Vedete," dice indicando tre carte a caso,
"l'alleanza
con la Lega e poi quella col PD erano parte dello stesso destino!". Nessuno ci crede, ma gli ospiti sono muti e
annuiscono.
È una narrazione combinatoria eterna: puoi rimescolare le carte
(o i principi fondanti) all'infinito, sperando che esca la combinazione
vincente che li riporti al 30%. Ma dal mazzo continuano a uscire solo due di picche.
Lega: Moby Dick
Qui la metafora con l’opera di
Melville si scrive da sola. Al timone della
nave c'è il Capitano
Salvini, zoppicante come i suoi decreti e divorato da
un'unica, cieca ossessione: ritrovare la leggendaria Balena Bianca (il 34%
delle Europee 2019); l’ha vista, quasi toccata, e ora la sogna da sempre. Per
inseguire questo mostro mitologico che ormai vive solo nei ricordi, il
Capitano
costringe la ciurma a una navigazione folle, cambiando rotta ogni giorno a
seconda del vento dei social. La differenza con il libro è che questo Ahab, in
preda al panico da sondaggio, non lancia l'arpione solo contro la balena: lo
lancia contro qualsiasi cosa si muova in acqua. Un giorno arpiona gli
autovelox, il giorno dopo la farina di grillo, poi i monopattini, quindi gli
immigrati, ancora il CBD, infine i giudici.
Il primo ufficiale
Starbuck (Luca
Zaia) e il secondo ufficiale
Stubb (Massimiliano
Fedriga) si scambiano sguardi
preoccupati. Sanno che la Balena è andata, migrata in altri mari (verso
Fratelli d'Italia). Vorrebbero tornare a caccia di prede più semplici e sicure
(
l'Autonomia), ma il Capitano è impazzito. Ordina di lanciare arpioni contro
tutto ciò che vede o di imbarcare chiunque, persino il Generale
Vannacci, o magari vorrebbe attraccare la sua nave sotto il
Ponte sullo Stretto. L'equipaggio continua a remare per inerzia, terrorizzato
dal momento in cui il Capitano, nel tentativo finale di colpire la Balena,
trascinerà l'intera nave negli abissi dell'irrilevanza politica.
Forza Italia: Il fu Mattia Pascal
Niente di meglio di
Pirandello per la storia di un'entità che è
ufficialmente "passata a miglior vita" (politicamente, con la
scomparsa del fondatore), ma che cerca di costruirsi una nuova identità con il
nome di "Adriano
Meis" (o Antonio
Tajani). La manifestazione surreale
di un partito che vive nel limbo: vorrebbe essere libero dall'ombra ingombrante
del passato per rifarsi una vita, ma scopre che senza quel "documento
d'identità" (il nome
Berlusconi nel simbolo) non esiste socialmente. I
leader attuali vorrebbero ricominciare una nuova esistenza, ma non ci riescono.

I vecchi congiunti (alleati) si sono rifatti una nuova vita, per cui gli attuali esponenti, citando l’opera del premio Nobel, “chi va di qua, chi di là, chi torna indietro, chi si raggira; nessuna più trova la via: si urtano, s'aggregano per un momento in dieci, in venti; ma non possono mettersi d'accordo, e tornano a sparpagliarsi in gran confusione, in furia angosciosa”.
Italia Viva: Il Grande Gatsby
L’opera di
Fitzgerald ci proietta l’immagine perfetta per il partito
dello scintillio, del lusso e dell'ottimismo americano, dove tutto sembra
possibile, tranne superare la soglia di sbarramento. Matteo
Renzi è il perfetto
Jay
Gatsby: un
self-made man carismatico e misterioso, con un passato in
giro per il mondo (magari per qualche conferenza) che organizza feste sontuose
— la
Leopolda come la villa a
West Egg — piene di luci, slide e
jazz,
sperando di attirare l'attenzione.
Ma cosa guarda davvero Renzi dal molo della sua solitudine dorata? Fissa
incantato una luce verde lontana e irraggiungibile: non l'amore di
Daisy, ma il
40% del 2014. Il suo dramma è racchiuso nella frase simbolo del libro:
"Non
si può ripetere il passato? Ma certo che si può!". Lui ne è convinto.
Peccato che, come nel romanzo, alle sue feste tutti bevano volentieri il suo
champagne (approfittando delle sue manovre di palazzo), ma quando la musica
finisce e le luci si spengono, alle urne non rimane nessuno. Nemmeno Nick
Carraway.
Azione: Il Galateo
Come
Monsignor Giovanni Della Casa, anche
Calenda vuole insegnarci
qualcosa:
come governare un Paese di scostumati che non studiano.
Qui
si combatte contro i congiuntivi sbagliati, le coperture finanziarie assenti e
il populismo sguaiato di chi mangia con le mani (metaforicamente e non). La
kermesse si basa su regole rigidissime:
non si può dire "voglio
andare in pensione prima", è scortese verso l'INPS; non si può dire
"il nucleare mi fa paura", è da villani antiscientifici; se un
elettore fa una domanda provocatoria, il Monsignore non risponde: lo blocca,
perché il blocco su Twitter è l'equivalente moderno dello schiaffo con il
guanto di velluto.
Calenda spiega perfettamente come si apparecchia la tavola
della democrazia: dove va la forchetta della Sanità, quale bicchiere usare per
l'Istruzione, come non fare rumore mentre si gestisce il PNRR. Il problema è
che, a furia di rimproverare i commensali perché masticano male o hanno i
gomiti sul tavolo, alla fine
resta a cenare da solo.
La
manifestazione si chiude con lui seduto a capotavola, in una sala vuota ma
elegantissima, che mormora:
"Gli altri partiti vinceranno anche le
elezioni, ma vuoi mettere la soddisfazione di avere ragione?"
Alleanza Verdi e Sinistra: Don Chisciotte della Mancia
Cervantes ci guida tra lance e
armature arrugginite. La festa del popolo ideale per chi vede giganti fascisti
e mostri capitalisti anche dove ci sono solo banali mulini a vento. Una saga
cavalleresca dove il nobile ideale si scontra costantemente con la goffaggine
della realtà, cavalcando un ronzino (la percentuale elettorale) che fatica a
reggere il peso di tutte quelle battaglie etiche lanciate contemporaneamente,
con molta poca attenzione per il mondo e i problemi concreti. E dove
Sancio
Panza cerca disperatamente di spiegare che la "transizione ecologica"
non si paga con le buone intenzioni.
Il mondo continua ad essere guardato non
com’è, ma come dovrebbe essere, e tutto ciò può anche essere romantico, ma
resta molto poco pragmatico. Né il Don né AVS si arrendono mai; stremati,
ignorati, derisi, ripartono con la convinzione che la prossima carica sarà
quella buona, verso un “Sol dell’Avvenire” che forse, ormai, è alle spalle.
+Europa: Aspettando Godot
I leader del partito, così come i personaggi di
Beckett, aspettano. Attendono
il Federalismo Europeo, la Ragione che trionfa sul populismo, il momento in cui
gli italiani inizieranno a votare leggendo i dossier per un liberalismo senza regole e confini. Un’attesa infinita, un
dramma in due atti. Nel primo
i
protagonisti passano il tempo in
discussioni intellettuali elevatissime. I loro ragionamenti sono complicati,
non destinati alle masse. Difatti, intorno a loro il pubblico non c'è, o se c'è
non capisce. Passano altri personaggi (
Pozzo e
Lucky, forse
Calenda e
Renzi?),
fanno un gran baccano, si scambiano insulti, promettono rivoluzioni, cadono e
si rialzano.
Didi e
Gogo li guardano con un misto di compassione e orrore:
"Sono
così poco europei", sussurrano, aggiustandosi la bombetta.
Nel
secondo atto,
per ingannare l'attesa, i protagonisti provano a fare
ginnastica: cambiano nome alla lista. Prima "+Europa", poi
"Stati Uniti d'Europa", poi "Per l'Europa con...".
Sembra
che si stiano muovendo, che stiano costruendo qualcosa di nuovo. Ma quando la
polvere si posa, sono esattamente nello stesso punto: sotto l'albero del 3,9%,
a chiedersi se questa volta l’alleanza reggerà o si spezzerà all'ultimo minuto.
Alla fine c'è solo l'eterna attesa di un futuro radioso che è sempre a
portata di mano, ma che scivola via ad ogni scrutinio, con i protagonisti che
dicono sempre di voler andare via ma alla fine devono restare aggrappati a chi
può farli entrare in Parlamento.
Noi Moderati: L'uomo invisibile
Questa non è una festa di partito, è un fenomeno paranormale. La manifestazione
si tiene in una sala conferenze apparentemente vuota. Le sedie sembrano libere,
i corridoi deserti. Eppure, se si tende l'orecchio, si sentono fruscii, colpi
di tosse discreti e il rumore di fogli che si spostano: sono loro. Sono i
Moderati. Come nel romanzo di
Wells, il leader Maurizio
Lupi (lo scienziato
Griffin) ha tentato l'esperimento chimico definitivo: fondere insieme
particelle subatomiche della politica (l'UdC, Coraggio Italia, Italia al
Centro, un pezzo di
Toti, un frammento di Brugnaro) per creare una
"Cosa" solida. Il risultato, però, è stato un effetto collaterale
imprevisto: il partito è diventato trasparente. Ci sono, votano, sostengono il
governo, ma l'occhio umano (e quello dei sondaggisti) li attraversa senza
riuscire a metterli a fuoco. Nel libro, l'Uomo Invisibile deve coprirsi di
bende, indossare occhiali scuri, guanti e cappotto pesante solo per essere
percepito dagli altri.
Allo stesso modo,
Noi Moderati per essere visto
deve necessariamente avvolgersi in "strati" che non gli appartengono
del tutto: deve indossare il cappotto della Coalizione di Centrodestra,
mettersi il cappello di Giorgia
Meloni e usare i guanti di Forza Italia. Se si
togliessero questi accessori (l'alleanza), se restassero "nudi"
davanti all'elettorato, di loro non si vedrebbe più nulla. Svanirebbero
nell'aria rarefatta dello "zero virgola". La scena finale si chiude
con un momento di alta tensione drammatica, degna del finale del libro. Il
leader sale sul palco, il microfono si alza da solo a mezz'aria (poiché la mano
che lo regge è invisibile) e urla alla platea:
"Noi contiamo! Noi siamo
decisivi! Noi siamo il centro!" Dalla sala parte un applauso
scrosciante. Ma le telecamere del TG inquadrano la stanza e, vedendo solo sedie
vuote, decidono di mandare in onda un servizio sul meteo.
Insomma, Giorgia Meloni ha voluto scomodare
Michael Ende, ma forse ha dimenticato la lezione più importante del libro.
Nella Storia Infinita, il
"Nulla" divorava il regno di Fantàsia perché gli esseri umani avevano
smesso di sognare e di credere. Guardando questa nostra libreria politica, tra
nobili decaduti, cavalieri che caricano mulini a vento, narcisisti solitari e
fantasmi in cerca d'autore, la metafora purtroppo regge benissimo.
Solo che qui il "Nulla" non è un mostro
astratto: è l'astensionismo. E di fronte a una trama così confusa, ripetitiva e
piena di buchi di sceneggiatura, il vero miracolo non è che la storia sia
infinita. Il miracolo è che ci sia ancora qualcuno, fuori dal Palazzo, che ha
voglia di comprarne una copia.
E voi?
Quale di questi "capolavori" lascereste volentieri a prendere polvere
sullo scaffale?