mercoledì 24 dicembre 2025

Gesù: un "remix" divino? 10 caratteristiche che la Chiesa ha attinto da altri culti

Siamo abituati a pensare alla figura di Gesù come a qualcosa di totalmente inedito, un unicum nella storia religiosa. La verità storica, però, è che il Cristianesimo non è nato dal nulla, nonostante qualcuno ne sia ancora convinto.
 È fiorito in un Mediterraneo affollato di dèi, culti misterici, filosofi e imperatori divinizzati.
Per "promuovere" la nuova religione a greci e romani, i primi cristiani (consapevolmente o meno) hanno usato un linguaggio che quei popoli conoscevano già. 

Hanno condotto un’operazione assimilazione teologica, attribuendo a Gesù caratteristiche, miracoli e titoli che appartenevano già a divinità molto più antiche. 

Ecco 10 elementi filologici che aiutano a comprendere come l'immagine di Gesù che abbiamo oggi sia un incredibile mosaico di miti precedenti.
1. La Nascita da una Vergine È il dogma per eccellenza. Ma l'idea che un dio nascesse da una madre vergine (o fecondata senza intervento maschile umano) era un cliché nel mondo antico.
L'originale: Pensiamo a Horus in Egitto, concepito magicamente da Iside. O a innumerevoli eroi greci (come Perseo) nati dall'unione tra Zeus (sotto varie forme, come pioggia d'oro) e donne mortali. L'idea che la grandezza spirituale richiedesse un concepimento sovrannaturale era standard. 
2. Il Dio che Muore e Risorge Il cuore del Cristianesimo è la morte e resurrezione. Un concetto potentissimo, ma per nulla nuovo.
L'originale: Il Mediterraneo era pieno di "dèi" che morivano in inverno e rinascevano a primavera, simboleggiando il ciclo agricolo e la speranza di vita eterna. I più famosi? L'egizio Osiride, il greco Dioniso, il siriano Adone, il frigio Attis. Tutti morti (spesso violentemente) e tutti ritornati in vita, spesso con scopi salvifici.
3. Il Miracolo dell'Acqua in Vino (Le Nozze di Cana) Il primo miracolo di Gesù. Un gesto festoso, quasi eccessivo. Chi vi ricorda?
L'originale: Dioniso (Bacco per i romani), il dio del vino, dell'ebbrezza e dell'estasi. Nei suoi templi si raccontava che durante le sue feste le fonti facessero sgorgare vino invece che acqua. Gesù che trasforma l'acqua in vino è un chiaro messaggio ai pagani: "Il nostro dio è il nuovo, vero Dioniso". 
4. Il Titolo "Figlio di Dio" Per noi oggi è un titolo esclusivamente teologico. Nel I secolo d.C., era una dichiarazione politica incendiaria.
L'originale: Era il titolo ufficiale dell'Imperatore Romano. Augusto si faceva chiamare Divi Filius (Figlio del Divino Giulio Cesare). Chiamare Gesù "Figlio di Dio" significava dire all'Impero: "Il vero potere non è quello di Cesare, ma quello di Cristo".
5. L'Iconografia del "Buon Pastore" Avete presente le prime immagini di Gesù nelle catacombe? Un giovane sbarbato con una pecora sulle spalle.
L'originale: È una copia carbone di Hermes Kriophoros (Ermes portatore di ariete), un'immagine greca classica del dio che protegge il gregge. I cristiani hanno preso un'immagine pagana familiare e le hanno cambiato didascalia.
6. Guarire i Malati e Resuscitare i Morti Gesù guarisce ciechi, lebbrosi e resuscita Lazzaro. Era il grande taumaturgo.
L'originale: Nel mondo greco-romano, il guaritore divino per eccellenza era Asclepio (Esculapio). I suoi santuari erano ospedali religiosi dove avvenivano cure miracolose. Anche lui, secondo il mito, era stato punito da Zeus per aver resuscitato i morti, superando il limite umano.
7. Il Pasto Sacro (L'Eucaristia) "Mangiate la mia carne, bevete il mio sangue". Un concetto forte, che scandalizzava molti ebrei del tempo, ma non i pagani. 
L'originale: Molti culti misterici (come quelli di Mitra o i misteri Dionisiaci) prevedevano banchetti sacri in cui gli iniziati condividevano cibo e vino per entrare in comunione con la divinità, in una sorta di teofagia (mangiare il dio) simbolica per ottenerne la forza vitale.
8. La Squadra dei 12 (Gli Apostoli) Gesù sceglie esattamente 12 seguaci intimi. Certo, richiama le 12 tribù di Israele, ma per il mondo antico quel numero significava qualcos'altro: l'astronomia.
L'originale: Il 12 era il numero sacro del Tempo e del Cosmo. Corrisponde ai 12 segni dello Zodiaco attraverso cui viaggia il Sole durante l'anno. Nelle iconografie di Mitra, il dio appare spesso circondato da un cerchio con i 12 segni zodiacali. Anche l'Olimpo greco era governato dai 12 Dèi principali. Gesù, come nuovo "Sole", è il centro che illumina i suoi 12 "mesi" o costellazioni umane.

9. L'Aureola Quel cerchio dorato intorno alla testa di Gesù (e dei santi) nei dipinti medievali.

L'originale: È un prestito diretto dall'iconografia dei dèi solari. Helios, Apollo e il Sol Invictus romano venivano raffigurati con raggi di luce o un disco luminoso attorno al capo per indicare la loro gloria divina. Gesù, "Luce del mondo", ha ereditato la corona solare. 
10. Il Battesimo e la Purificazione L'inizio del ministero di Gesù avviene con l'immersione nel Giordano.
L'originale: Oltre ai bagni rituali ebraici (mikveh), l'idea che l'acqua lavasse via le colpe morali e segnasse un nuovo inizio era centrale in molti culti. Gli iniziati ai misteri di Eleusi si bagnavano nel mare, e i seguaci di Mitra praticavano abluzioni rituali per purificarsi.
Tutto questo rende Gesù "falso"? No. Lo rende storicamente reale. Il Cristianesimo non ha inventato questi concetti dal nulla; li ha presi, li ha rielaborati e ha dato loro un nuovo centro gravitazionale: non più un mito ciclico della natura o un imperatore lontano, ma una persona storica (Gesù di Nazareth) che incarnava quelle antiche speranze in modo nuovo. 
È il più grande esempio di "sincretismo" della storia: il vino nuovo del Vangelo versato negli otri vecchi e familiari della cultura mediterranea antica.

martedì 23 dicembre 2025

IL NATALE: 10 PROVE CHE STAI CELEBRANDO UNA FESTA PAGANA/ROMANA


In questi giorni, state festeggiando insieme a tutti gli altri?
Sì? Bene, ma siete a conoscenza di cosa davvero avete intenzione di celebrare?
Nei primi tre secoli del Cristianesimo non esisteva certo questa tradizione; anche la Bibbia non contiene alcun riferimento sulla data precisa in cui sarebbe nato Gesù. 
Andiamo dunque indietro, ai tempi dell'antica Roma, quando i Saturnali  erano dedicati al Dio dell'Agricoltura e del Raccolto e si festeggiavano poco dopo il solstizio d'inverno, ossia il 21 dicembre.

La verità storica, dunque, è che il Natale come lo conosciamo oggi è forse il più grande "remix" culturale della storia. Quando l'Impero Romano divenne cristiano, non cancellò le feste che la gente amava: le assorbì, le ribattezzò e ne cambiò il significato.


Ecco 10 prove inoppugnabili su tale verità: mentre scarti i regali, dunque, stai in realtà onorando gli antichi dei di Roma. 

1. La Data: 25 Dicembre (Dies Natalis Solis Invicti) Partiamo dalla base, il giorno che tutti conosciamo. Non c'è alcuna prova storica che Gesù sia nato il 25 dicembre. Invece, sappiamo per certo che nel 274 d.C. l'imperatore Aureliano ufficializzò in questa data la festa del Sol Invictus (il Sole Invitto), che rinasceva dopo il solstizio d'inverno. La Chiesa scelse astutamente questa data per sovrapporre la "Luce del Mondo" (Cristo) alla “luce del Sole pagano”. 

2. Il cenone (Tradizione dei Saturnalia) I Saturnalia (dal 17 al 23 dicembre) erano la festa più movimentata dell'anno in onore di Saturno, dio dell'agricoltura. Era una sorta di carnevale invernale: si mangiava fino a scoppiare e si beveva vino a fiumi. Il tuo cenone della Vigilia e il pranzo di Natale infinito sono l'eco diretta di quelle tavolate romane.

3. I Regali (Le Sigillaria) Lo scambio dei doni non l'ha inventato la Coca-Cola con Babbo Natale e nemmeno i Re Magi. Durante i Saturnalia era tradizione scambiarsi la strena (doni di buon augurio) e, negli ultimi giorni della festa (le Sigillaria), si regalavano statuette di terracotta o cera, candele e gadget vari. Il consumismo natalizio ha radici antiche.

4. Le Luci e le Candele Perché riempiamo tutto di lucine più o meno abbaglianti? Durante il periodo più buio dell'anno (il solstizio), i romani accendevano candele e fiaccole per "aiutare" il sole a tornare e per scacciare gli spiriti maligni oscuri. Ogni volta che fai brillare l'albero, stai facendo un antico rituale di magia per richiamare la luce.

5. Decorare con il Verde (Agrifoglio e Edera) In pieno inverno, quando tutto sembrava morto, i romani decoravano i templi e le case con rami sempreverdi (agrifoglio, edera, abete) come simbolo di vita che resiste al gelo. L'idea di portare "la natura dentro casa" per propiziare la fertilità è totalmente pagana. 

6. I giorni di assenza dal lavoro (Ferie e Chiusure) Durante i Saturnalia, tutta l'attività pubblica si fermava. I tribunali chiudevano, le scuole serravano i battenti, non si potevano dichiarare guerre e pare che persino gli schiavi fossero liberi dai loro doveri. La "pausa natalizia" dal lavoro è un'eredità diretta di quel fermo biologico e sociale romano.

7. Il Ribaltamento dei Ruoli (I cappellini di carta) A Saturnalia il mondo si rovesciava: per un giorno, i padroni servivano a tavola i loro schiavi. Si eleggeva un Saturnalicius princeps (un Re del disordine) che dava ordini assurdi. L'usanza di indossare cappellini buffi di carta (tipica dei natali anglosassoni) o di lasciarsi andare a comportamenti meno formali coi parenti deriva da questo "caos controllato". 

8. Il Vischio Certo, questo è più celtico che romano, ma i Romani lo accolsero volentieri quando si espansero a Nord del continente. Era considerato una pianta sacra, simbolo di vita e fertilità. Il bacio sotto il vischio è un rito di fertilità che abbiamo reso una commedia romantica.

9. I Canti per le Strade Durante i festeggiamenti romani, era comune vedere processioni chiassose di persone che cantavano e urlavano per le strade, spesso un po' ubriache. I cori natalizi sono la versione docile e sobria di quelle sfilate. 

10. Il “vogliamoci bene” Lo spirito del "siamo tutti più buoni"? Deriva dal fatto che durante i Saturnalia vigeva una tregua sociale. Le punizioni erano sospese, le inimicizie messe da parte. Era un momento di pace imposta per onorare l'età dell'oro di Saturno, quando gli uomini vivevano in uguaglianza.

Festeggiare il Natale non è sbagliato, ma è affascinante sapere cosa stiamo festeggiando davvero. È un meraviglioso esempio di sincretismo: una festa cristiana costruita sulle fondamenta di una festa solare e agricola romana.
Quindi, quando alzerai il calice per il brindisi, ricorda che un antico romano dentro di te sta sussurrando: "Io Saturnalia!"



lunedì 8 dicembre 2025

SE I PARTITI ITALIANI FOSSERO OPERE LETTERARIE

 Sia ben chiaro, la scelta di Fratelli d’Italia di chiamare la propria kermesse giovanile “Atreju” è affascinante, ma si poteva fare di meglio. Il personaggio di Atreju, protagonista del romanzo “La storia infinita”, combatteva contro il Nulla, ma in politica spesso il problema non è tale mancanza assoluta, ma il suo opposto, l’eccesso di retorica, promesse, esteriorità vana.

Quindi vado in soccorso degli uffici stampa dei partiti italiani e suggerisco loro come trovare una nuova identità letteraria, magari davvero onesta, calzante e decisamente ironica.
Ecco come ribattezzerei le loro convention, attingendo ai grandi classici: vediamo come sarebbero i maggiori politici italiani se svolgessero la propria attività nelle opere letterarie.





Fratelli d'Italia: Dottor Jekyll e del Mr Hyde
Iniziamo proprio con il partito leader e con un duplice personaggio ispirato al romano di Stevenson. Già, perché da un lato abbiamo la Premier in posa istituzionale, con idee atlantiste, che rassicura i mercati, dialoga con la Von der Leyen, con diversi leader stranieri e firma patti di stabilità in puro stile moderato. Dall'altro, nell’oscurità della notte, ecco spuntare l'anima di lotta che in realtà guarda al passato e “vorrebbe riscrivere la storia”. Militanti che urlano nei comizi spagnoli di Vox, vedeno complotti "gender" nelle scuole di ogni ordine e grado, occupano la RAI, portano avanti commenti di intolleranza nelle proprie chat private e innalzano saluti romani nelle sezioni giovanili. Al(la) protagonista non resta che circondarsi di parenti per ricevere un aiuto, sperando che la trasformazione sua o di qualche suo rappresentante non avvenga in diretta TV, svelando il vero volto inquietante e forse amato da una base che applaude Jekyll, ma in realtà vota per l’Hyde che si credeva scomparto da circa 80 anni.  


Partito Democratico: Amleto
Il personaggio di Shakespeare sembra perfetto per un partito il cui motore eterno e immobile è il dubbio. "Essere o non essere? (davvero di sinistra?)”; “Campo largo o vocazione maggioritaria?” “Avvicinarsi o meno al centro?". Come sede il castello gigantesco e freddo di Elsinore (il Nazareno), pieno di fantasmi del passato che si rivoltano contro i discendenti/esponenti di oggi o che sussurrano in direzioni opposte. Elly Schlein, vestita di nero esistenziale, cammina avanti e indietro sul palco tenendo in mano non un teschio, ma il simbolo del partito, o di quel che ne resta. Come il principe di Danimarca, tra l’altro, tutti avvertono l’imminenza di un tradimento, con uno “Zio Claudio” di turno che trama nell’ombra. La tragedia del PD è l'inazione. Tutti sanno che c'è del marcio in Danimarca (il Paese ha problemi), ma il Principe prende tempo. Convoca una direzione. Poi un'assemblea. Poi una costituente. Mentre Amleto dubita, dietro le tende di velluto (le famigerate e temute "correnti"), Polonio, Laerte e Claudio si stanno già accoltellando a vicenda per una candidatura alle regionali, alle europee o in vista delle politiche. La kermesse finisce sempre allo stesso modo: il palco è pieno di corpi politici caduti ("bruciati"), e arriva un Fortinbras straniero (la destra) a prendersi il regno senza aver dovuto nemmeno sguainare la spada.  


Movimento 5 Stelle: Il castello dei destini incrociati
Calvino
offre il paragone ideale per un gruppo di viandanti che, una volta entrati nel Palazzo, sembrano aver perso la parola, dato non possono più urlare "Vaffa" nelle piazze perché ora indossano la cravatta. Sono costretti a raccontare la loro storia usando i Tarocchi, quel linguaggio politichese che in passato avevano sempre abiurato. Naturalmente, come nell’opera, il significato muta continuamente e ogni singola storia cambia in base a chi la racconta: le carte del "Cambiamento" e del "Reddito" assumono un valore opposto a seconda che si incrocino con la carta "Lega" (Conte I), quella "PD" (Conte II), col "Banchiere" (Draghi). Esce poi la carta del Bagatto (Il Mago): nel 2013 significava Beppe Grillo, oggi è Giuseppe Conte che fa giochi di prestigio con le percentuali. Esce la carta della Torre: un tempo era la distruzione della "Casta", oggi è la ristrutturazione col Superbonus 110%. Esce l'Impiccato: è il limite dei due mandati, magari con la formula del "mandato 0" che tiene appesi per i piedi i veterani del partito. Giuseppe Conte siede a capotavola e prova a interpretare queste carte per dare un senso logico alla storia. "Vedete," dice indicando tre carte a caso, "l'alleanza con la Lega e poi quella col PD erano parte dello stesso destino!". Nessuno ci crede, ma gli ospiti sono muti e annuiscono.

È una narrazione combinatoria eterna: puoi rimescolare le carte (o i principi fondanti) all'infinito, sperando che esca la combinazione vincente che li riporti al 30%. Ma dal mazzo continuano a uscire solo due di picche. 


  Lega: Moby Dick
Qui la metafora con l’opera di Melville si scrive da sola. Al timone della nave c'è il Capitano Salvini, zoppicante come i suoi decreti e divorato da un'unica, cieca ossessione: ritrovare la leggendaria Balena Bianca (il 34% delle Europee 2019); l’ha vista, quasi toccata, e ora la sogna da sempre. Per inseguire questo mostro mitologico che ormai vive solo nei ricordi, il Capitano costringe la ciurma a una navigazione folle, cambiando rotta ogni giorno a seconda del vento dei social. La differenza con il libro è che questo Ahab, in preda al panico da sondaggio, non lancia l'arpione solo contro la balena: lo lancia contro qualsiasi cosa si muova in acqua. Un giorno arpiona gli autovelox, il giorno dopo la farina di grillo, poi i monopattini, quindi gli immigrati, ancora il CBD, infine i giudici.
Il primo ufficiale Starbuck
(Luca Zaia) e il secondo ufficiale Stubb (Massimiliano Fedriga) si scambiano sguardi preoccupati. Sanno che la Balena è andata, migrata in altri mari (verso Fratelli d'Italia). Vorrebbero tornare a caccia di prede più semplici e sicure (l'Autonomia), ma il Capitano è impazzito. Ordina di lanciare arpioni contro tutto ciò che vede o di imbarcare chiunque, persino il Generale Vannacci,  o magari vorrebbe attraccare la sua nave sotto il Ponte sullo Stretto.  L'equipaggio continua a remare per inerzia, terrorizzato dal momento in cui il Capitano, nel tentativo finale di colpire la Balena, trascinerà l'intera nave negli abissi dell'irrilevanza politica. 


Forza Italia: Il fu Mattia Pascal
Niente di meglio di Pirandello per la storia di un'entità che è ufficialmente "passata a miglior vita" (politicamente, con la scomparsa del fondatore), ma che cerca di costruirsi una nuova identità con il nome di "Adriano Meis" (o Antonio Tajani). La manifestazione surreale di un partito che vive nel limbo: vorrebbe essere libero dall'ombra ingombrante del passato per rifarsi una vita, ma scopre che senza quel "documento d'identità" (il nome Berlusconi nel simbolo) non esiste socialmente. I leader attuali vorrebbero ricominciare una nuova esistenza, ma non ci riescono.
I vecchi congiunti (alleati) si sono rifatti una nuova vita, per cui gli attuali esponenti, citando l’opera del premio Nobel, “chi va di qua, chi di là, chi torna indietro, chi si raggira; nessuna più trova la via: si urtano, s'aggregano per un momento in dieci, in venti; ma non possono mettersi d'accordo, e tornano a sparpagliarsi in gran confusione, in furia angosciosa”. 


Italia Viva: Il Grande Gatsby
L’opera di Fitzgerald ci proietta l’immagine perfetta per il partito dello scintillio, del lusso e dell'ottimismo americano, dove tutto sembra possibile, tranne superare la soglia di sbarramento. Matteo Renzi è il perfetto Jay Gatsby: un self-made man carismatico e misterioso, con un passato in giro per il mondo (magari per qualche conferenza) che organizza feste sontuose — la Leopolda come la villa a West Egg — piene di luci, slide e jazz, sperando di attirare l'attenzione. 
                                                                                 

Ma cosa guarda davvero Renzi dal molo della sua solitudine dorata? Fissa incantato una luce verde lontana e irraggiungibile: non l'amore di Daisy, ma il 40% del 2014. Il suo dramma è racchiuso nella frase simbolo del libro: "Non si può ripetere il passato? Ma certo che si può!". Lui ne è convinto. Peccato che, come nel romanzo, alle sue feste tutti bevano volentieri il suo champagne (approfittando delle sue manovre di palazzo), ma quando la musica finisce e le luci si spengono, alle urne non rimane nessuno. Nemmeno Nick Carraway


Azione: Il Galateo
Come Monsignor Giovanni Della Casa, anche Calenda vuole insegnarci qualcosa: come governare un Paese di scostumati che non studiano. Qui si combatte contro i congiuntivi sbagliati, le coperture finanziarie assenti e il populismo sguaiato di chi mangia con le mani (metaforicamente e non). La kermesse si basa su regole rigidissime: non si può dire "voglio andare in pensione prima", è scortese verso l'INPS; non si può dire "il nucleare mi fa paura", è da villani antiscientifici; se un elettore fa una domanda provocatoria, il Monsignore non risponde: lo blocca, perché il blocco su Twitter è l'equivalente moderno dello schiaffo con il guanto di velluto.  

Calenda spiega perfettamente come si apparecchia la tavola della democrazia: dove va la forchetta della Sanità, quale bicchiere usare per l'Istruzione, come non fare rumore mentre si gestisce il PNRR. Il problema è che, a furia di rimproverare i commensali perché masticano male o hanno i gomiti sul tavolo, alla fine resta a cenare da solo. La manifestazione si chiude con lui seduto a capotavola, in una sala vuota ma elegantissima, che mormora: "Gli altri partiti vinceranno anche le elezioni, ma vuoi mettere la soddisfazione di avere ragione?"  


Alleanza Verdi e Sinistra: Don Chisciotte della Mancia
 Cervantes ci guida tra lance e armature arrugginite. La festa del popolo ideale per chi vede giganti fascisti e mostri capitalisti anche dove ci sono solo banali mulini a vento. Una saga cavalleresca dove il nobile ideale si scontra costantemente con la goffaggine della realtà, cavalcando un ronzino (la percentuale elettorale) che fatica a reggere il peso di tutte quelle battaglie etiche lanciate contemporaneamente, con molta poca attenzione per il mondo e i problemi concreti. E dove Sancio Panza cerca disperatamente di spiegare che la "transizione ecologica" non si paga con le buone intenzioni.

Il mondo continua ad essere guardato non com’è, ma come dovrebbe essere, e tutto ciò può anche essere romantico, ma resta molto poco pragmatico. Né il Don né AVS si arrendono mai; stremati, ignorati, derisi, ripartono con la convinzione che la prossima carica sarà quella buona, verso un “Sol dell’Avvenire” che forse, ormai, è alle spalle. 


+Europa: Aspettando Godot

I leader del partito, così come i personaggi di Beckett, aspettano. Attendono il Federalismo Europeo, la Ragione che trionfa sul populismo, il momento in cui gli italiani inizieranno a votare leggendo i dossier per un liberalismo senza regole e confini. Un’attesa infinita, un dramma in due atti. Nel primo i protagonisti passano il tempo in discussioni intellettuali elevatissime. I loro ragionamenti sono complicati, non destinati alle masse. Difatti, intorno a loro il pubblico non c'è, o se c'è non capisce. Passano altri personaggi (Pozzo e Lucky, forse Calenda e Renzi?), fanno un gran baccano, si scambiano insulti, promettono rivoluzioni, cadono e si rialzano. Didi e Gogo li guardano con un misto di compassione e orrore: "Sono così poco europei", sussurrano, aggiustandosi la bombetta. Nel secondo atto, per ingannare l'attesa, i protagonisti provano a fare ginnastica: cambiano nome alla lista. Prima "+Europa", poi "Stati Uniti d'Europa", poi "Per l'Europa con...". 

Sembra che si stiano muovendo, che stiano costruendo qualcosa di nuovo. Ma quando la polvere si posa, sono esattamente nello stesso punto: sotto l'albero del 3,9%, a chiedersi se questa volta l’alleanza reggerà o si spezzerà all'ultimo minuto. Alla fine c'è solo l'eterna attesa di un futuro radioso che è sempre a portata di mano, ma che scivola via ad ogni scrutinio, con i protagonisti che dicono sempre di voler andare via ma alla fine devono restare aggrappati a chi può farli entrare in Parlamento. 


Noi Moderati: L'uomo invisibile
Questa non è una festa di partito, è un fenomeno paranormale. La manifestazione si tiene in una sala conferenze apparentemente vuota. Le sedie sembrano libere, i corridoi deserti. Eppure, se si tende l'orecchio, si sentono fruscii, colpi di tosse discreti e il rumore di fogli che si spostano: sono loro. Sono i Moderati. Come nel romanzo di Wells, il leader Maurizio Lupi (lo scienziato Griffin) ha tentato l'esperimento chimico definitivo: fondere insieme particelle subatomiche della politica (l'UdC, Coraggio Italia, Italia al Centro, un pezzo di Toti, un frammento di Brugnaro) per creare una "Cosa" solida. Il risultato, però, è stato un effetto collaterale imprevisto: il partito è diventato trasparente. Ci sono, votano, sostengono il governo, ma l'occhio umano (e quello dei sondaggisti) li attraversa senza riuscire a metterli a fuoco. Nel libro, l'Uomo Invisibile deve coprirsi di bende, indossare occhiali scuri, guanti e cappotto pesante solo per essere percepito dagli altri. 

Allo stesso modo, Noi Moderati per essere visto deve necessariamente avvolgersi in "strati" che non gli appartengono del tutto: deve indossare il cappotto della Coalizione di Centrodestra, mettersi il cappello di Giorgia Meloni e usare i guanti di Forza Italia. Se si togliessero questi accessori (l'alleanza), se restassero "nudi" davanti all'elettorato, di loro non si vedrebbe più nulla. Svanirebbero nell'aria rarefatta dello "zero virgola". La scena finale si chiude con un momento di alta tensione drammatica, degna del finale del libro. Il leader sale sul palco, il microfono si alza da solo a mezz'aria (poiché la mano che lo regge è invisibile) e urla alla platea: "Noi contiamo! Noi siamo decisivi! Noi siamo il centro!" Dalla sala parte un applauso scrosciante. Ma le telecamere del TG inquadrano la stanza e, vedendo solo sedie vuote, decidono di mandare in onda un servizio sul meteo. 

Insomma, Giorgia Meloni ha voluto scomodare Michael Ende, ma forse ha dimenticato la lezione più importante del libro.

Nella Storia Infinita, il "Nulla" divorava il regno di Fantàsia perché gli esseri umani avevano smesso di sognare e di credere. Guardando questa nostra libreria politica, tra nobili decaduti, cavalieri che caricano mulini a vento, narcisisti solitari e fantasmi in cerca d'autore, la metafora purtroppo regge benissimo.

Solo che qui il "Nulla" non è un mostro astratto: è l'astensionismo. E di fronte a una trama così confusa, ripetitiva e piena di buchi di sceneggiatura, il vero miracolo non è che la storia sia infinita. Il miracolo è che ci sia ancora qualcuno, fuori dal Palazzo, che ha voglia di comprarne una copia.

 E voi? Quale di questi "capolavori" lascereste volentieri a prendere polvere sullo scaffale?



domenica 30 novembre 2025

SANITA' - SCUOLA - SICUREZZA: I PILASTRI INCRINATI DELL'ITALIA

 Da decenni le tre basi che dovrebbero curarci, istruirci e difenderci vengono minate da governi di ogni tipo, con il solo obiettivo di consegnarci un futuro nel quale unicamente chi potrà permettersele sarà in grado di vivere con dignità.






Che sia un piano prestabilito o solo incompetenza, ormai non c’è più tempo.
Dobbiamo agire ora.

Protesta, indignati, denuncia, informati. Non lasciare che i pilastri del nostro Paese siano distrutti, compromettendo il nostro futuro e quello dei nostri figli.

Scrivilo nei commenti e condividi questo messaggio, non lasciare che resti tutto così.


martedì 25 novembre 2025

CRONACHE DALL'INFERNO CONTEMPORANEO - Canto V (i falsi amori)

 Dante entra nel cerchio dei lussuriosi, un peccato che sentirà molto vicino alla propria esperienza. Li vede travolti da un vento che non concede pace, come il desiderio che li ha dominati in vita.
Ascolta la storia di Paolo e Francesca, piange, non può non scorgere quanto fragile diventi l’uomo quando celebra la passione al di sopra di tutto.

Oggi la lussuria non ha più neppure il fascino del rischio: è diventata un prodotto da esposizione, infilata tra un sito por** e l’altro, consumata come un pasto veloce per non pensare alla fame vera.
Sui social, poi, si aggirano personaggi in perenne ricerca dell’ennesimo like allusivo, di un ulteriore messaggio ambiguo, convinti che l’amore sia solo una vetrina.
 C’è una competizione silenziosa: chi accumula più storie, più avventure usa e getta, più “esperienze”, solo costui viene considerato figo, moderno.  Come se il cuore fosse una collezione da riempire, un albun da completare per sentirsi meno soli. I media, poi, ci mettono il resto: ci dicono che amare davvero è roba da sfigati, che la fedeltà è un vincolo antiquato, la profondità è noiosa, il rispetto è facoltativo.

E così finiamo trascinati anche noi da un vento che non dà tregua.
Solo che, a differenza di Paolo e Francesca, non abbiamo nemmeno più il coraggio di chiamarlo amore.

sabato 8 novembre 2025

LO ZODIACO nella tradizione massonica e religiosa

 Origini antiche: il cielo come mappa del divino

Fin dai tempi più remoti, l’uomo ha rivolto lo sguardo al cielo non solo per orientarsi nello spazio e nel tempo, ma anche per decifrare il mistero dell’esistenza.
Lo zodiaco, letteralmente “circolo degli animali”, nasce come rappresentazione simbolica del moto apparente del Sole lungo l’eclittica, dunque suddiviso in dodici costellazioni.
Queste figure non erano soltanto riferimenti astronomici, ma archetipi che collegavano il mondo terreno all’ordine cosmico: ogni segno rifletteva una forza, un temperamento, una legge universale.

È da questo intreccio di astronomia e spiritualità che la simbologia zodiacale si diffuse nelle grandi civiltà mediterranee: in Mesopotamia, in Egitto, nel mondo greco-romano, e infine nelle tradizioni ebraiche e cristiane.


 Lo Zodiaco nella Massoneria: il tempio come immagine del cosmo

Nel simbolismo massonico, lo zodiaco assume un significato di particolare rilievo.
Le volte stellate delle logge non hanno solo una funzione ornamentale, ma rappresentano l’universo ordinato, il “macrocosmo” in cui ogni uomo (il “microcosmo”) trova la propria posizione.

Ogni segno, dunque, non è solo un simbolo astrologico, ma un archetipo morale:

  • l’Ariete, l’impulso e l’inizio;

  • il Toro, la forza e la perseveranza;

  • i Gemelli, la dualità e la comunicazione;

  • fino ai Pesci, simbolo di spiritualità e sacrificio.

La disposizione zodiacale nelle logge richiama il viaggio iniziatico del massone, che attraversa le fasi dell’esistenza in un processo di conoscenza e perfezionamento.
La volta celeste è un richiamo costante all’ordine universale, alla legge armonica che regge il cosmo e che il massone, attraverso la sua opera, tenta di rispecchiare nella costruzione interiore del “Tempio dell’Uomo”.


L’eredità ebraico-cristiana: tra condanna e assimilazione

Il mondo giudeo-cristiano, pur condannando l’astrologia come pratica divinatoria, non riuscì a sottrarsi al fascino dello zodiaco.
L’ebraismo antico, influenzato dalla cultura babilonese e greca, integrò le costellazioni e i segni zodiacali nelle proprie rappresentazioni simboliche del tempo:
nella sinagoga di Beit Alpha (VI secolo d.C.), ad esempio, appare una ruota zodiacale con al centro il dio del Sole, (Helios) un’immagine sorprendente per un edificio religioso ebraico.

Analogamente, il cristianesimo fece dello zodiaco uno strumento iconografico, usato per rappresentare il ritmo delle stagioni e i lavori agricoli del calendario liturgico.
Così, nelle cattedrali medievali  i segni zodiacali compaiono accanto ai mesi dell’anno, in un perfetto equilibrio tra sacro e cosmico.


Dall’Islam alla Rinascita: il ritorno dell’astrologia

Con la fine del Medioevo, le conoscenze astronomiche e astrologiche giunte dal mondo islamico si fusero con la rinascita dell’interesse per l’antichità classica.
Gli astrologi arabi avevano conservato e ampliato i testi greci di Tolomeo e di Aristotele, e la loro diffusione in Europa portò a un rinnovato culto del cielo.

Durante il Rinascimento, lo zodiaco tornò a essere un linguaggio simbolico universale, studiato da filosofi, artisti e scienziati.
Le corti italiane, come quella di Cosimo de’ Medici o dei Gonzaga, commissionavano affreschi zodiacali nei palazzi e negli studioli: il cielo diventava specchio del potere, del destino, della conoscenza.

L’immagine dello “uomo zodiacale”, che associa ogni parte del corpo umano a un segno celeste, sintetizzava l’idea rinascimentale dell’unità tra microcosmo e macrocosmo; la stessa che sopravvive, in forma simbolica, nella filosofia massonica.


 Simbolo universale di ordine e mutamento

Che lo si interpreti come sistema di forze cosmiche, come allegoria morale o come calendario della vita, lo zodiaco rimane uno dei codici più longevi dell’immaginario umano.
Nella Massoneria rappresenta il percorso dell’iniziato verso la luce.
Nel cristianesimo e nell’ebraismo diventa il ritmo sacro della creazione.
Nell’arte rinascimentale, è il ponte tra scienza e magia.

In ogni epoca, guardando le stelle, l’uomo ha cercato di leggere se stesso.
E forse è proprio questo il messaggio nascosto dietro i dodici segni:
che il cosmo e l’anima sono due mappe della stessa, infinita, costruzione.

venerdì 3 ottobre 2025

CRONACHE DALL'INFERNO CONTEMPORANEO - Canto III (gli ignavi social)

 Gli ignavi – Dante così chiamò coloro che, per viltà o opportunismo, non scelsero né il bene né il male. 

Anime senza volto, nell'inferno della storia hanno preferito restare immobili, muti, senza scegliere da che parte stare.


Anche oggi gli ignavi non mancano: sono quelli che tacciono davanti alla corruzione, alzano le spalle di fronte alle ingiustizie, pensano “non mi riguarda” mentre si consumano ingiustizie ovunque attorno a loro. 



Dante li condannava a correre eternamente dietro a un’insegna vuota, punti da vespe e tafani: contrappasso rispetto all'immobilità di chi non ha mai avuto il coraggio di prendere posizione.


E oggi? Oggi la loro pena potrebbe essere opposta: restare immobili, inchiodati a una sedia, costretti a guardare la realtà senza mai poter partecipare.

 Uno scroll infinito di notizie e immagini che non possono toccare, commentare o cambiare.

Alla fine, il destino degli ignavi resta lo stesso: non contano nulla, nessuno li prenderà mai in considerazione per una decisione importante o un consiglio, saranno presto dimenticati già in vita..